C’era una volta o c’è ancora?
Gent. mo Diego,
il percorso da me compiuto nel mondo del volontariato è strettamente intrecciato con i saveriani. Il primo approdo è stato quello con la Gioventù studentesca. Poi, l’incontro con la famiglia Beltrami e la coppia Braidi di Milano. Il dottor Mario Beltrami contattava i suoi colleghi affinché io e altri passassimo a prelevare i campioni di farmaci gratuiti nei rispettivi studi medici. I coniugi Braidi adibirono nella loro casa una stanza per confezionare i pacchetti con i farmaci e prepararli per le spedizioni, solitamente in Africa.
Una volta, un ginecologo mi preparò un carico di campioni tale che, sommati a quelli in sede, riempirono la mia Fiat 500. Li portai alla Casa Madre dei saveriani, a Parma. Mi sono presentato in portineria dove c’era un giovane p. Meo Elia. Mi indicò di portare il tutto dalle saveriane nel quartiere di S. Lazzaro. Non dimenticherò mai lo stupore che ebbero per quel prezioso carico. Forse avevano avuto una richiesta! P. Meo, in seguito, mi invitò con un gruppo di ragazzi di Parma ad un campeggio sulle Dolomiti. Recentemente, ho rivisto p. Meo e ho incontrato anche una ragazza di allora: Adele Piazza di Felino (PR). Ho conosciuto anche p. Lorenzo Caselin che, fino alla fine dei suoi giorni, emanava la potenza della sua vita. Ricordo un concerto a cui ho partecipato diretto dal maestro Corradi con il coro tre fonti (Fugazzolo, Casaselvatica, Berceto). C’erano alcune persone che avevano ricevuto il battesimo da mons. Conforti! Mario Del Gaudio, Sarzana (SP)
Nostalgia del passato? Forse… Ma che persone come Mario chiamino in redazione per raccontarsi e poi decidano di mettere su carta un’esperienza, un momento, un periodo di vita che riguarda i saveriani ci rende felici. Anche questa era missione. Anzi, lo è tuttora. Una missione che si trasforma, trova canali nuovi e il Festival della missione presentato in questo numero ne è un esempio. Perché essere missionari non è un vivere a parte. È doveroso guardarsi sempre più attorno, mettersi in discussione e a confronto con i mondi che ci circondano. Non è il momento di tirare i remi in barca, di pensare ai propri dolori e problemi, quasi in un avvitamento su sé stessi. C’è ancora vita là fuori!
Se il Festival farà questo e non si limiterà ad essere autoreferenziale, ma ad interrogarsi, allora potremo parlare di un’edizione riuscita, che ha centrato l’obiettivo. Lo stuolo dei relatori e dell’offerta è di primo livello. L’auspicio è che qualcosa rimanga anche a Festival concluso.








