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La vita missionaria non è fatta soltanto di belle cose. Ho avuto alcune difficoltà, che mi hanno fatto crescere. La prima era nella famiglia saveriana, dove occorre saper vedere le cose positive che sono nell'altro e relativizzare i nostri punti di vista, dando spazio al dialogo e alla stima. È un dono di Dio: la sua presenza mi interroga sul mio modo di vedere le cose e di vivere.

La virtù della pazienza

La seconda difficoltà viene proprio dall’attività pastorale e missionaria. La Sierra Leone è una nazione prevalentemente musulmana, perciò non è facile trasmettere il vangelo. Dopo sessanta anni di presenza saveriana nella diocesi di Makeni, si sente ancora il bisogno di cominciare da capo.

Quante volte mi è venuta la tentazione di “mollare tutto”, perché non vedevo i frutti del mio impegno.

C'è sempre il rischio di scoraggiarsi quando le cose non vanno come si vorrebbe. In questa situazione, ci vuole proprio la "santa virtù della pazienza”.

Le strade brutte e la piaga dell’ebola

Tra le varie difficoltà, non posso dimenticare le brutte strade in Sierra Leone, soprattutto nella zona di Madina. Mi occorrevano tante ore per arrivare a Makeni. Proprio pensando alle strade, affrontavo il difficile viaggio solo quando c'era un incontro importante o un’assemblea.

A queste difficoltà si è poi aggiunta l'epidemia ebola. È stato un momento davvero difficile nella mia vita in Sierra Leone. In questa situazione, ho capito meglio cosa vuol dire “essere pastore". La prima tentazione era di scappar via. Ma pensando al Buon Pastore, mi sono detto che non potevo lasciale sole "le mie pecore".

Lasciare la gente in quel momento sarebbe stato per me un tradire la vocazione missionaria. E proprio in quel momento critico mi sono sentito più amato dalla gente.

Mi consideravano come una stella che li guidava. La drammatica situazione è stata un'occasione di crescita spirituale, sia per me che per la gente. Abbiamo continuato la nostra vita, pur conoscendo la gravità dell’epidemia. Il nostro apostolato si era ridotto a visitare le famiglie in quarantena e a sensibilizzare la comunità per prevenire la malattia.

Spesso mi viene rivolta questa domanda: “Cosa provo, io africano, a essere missionario in Africa? Quali sono gli aspetti più belli?".

Prima di rispondere, faccio sempre un bel sorriso, per dire la gioia (che sto sperimentando) di una bella esperienza di famiglia e di accoglienza. Diversamente da un missionario europeo, ad esempio, io non sento il peso del lungo tempo trascorso durante le celebrazioni.

Imparare sempre dalla gente

Cerco sempre di essere cortese e di ascoltare l'altro. Anche se qualche volta mi viene voglia di tagliare corto, il dovere di rispettare la persona umana lo sento sempre. Non è che, essendo prete e missionario, non abbia niente da imparare. Si impara sempre, anche dalla povera gente. Ho imparato tanto dalla loro semplicità.

In Sierra Leone, ad esempio, difficilmente trovi qualcuno che si vanta di sapere un lavoro che gli viene chiesto. Ti dirà sempre: "proverò".

È una cosa che dovrei imparare anch’io come missionario. Anche il senso di Dio è in loro molto profondo.

Quando chiedi a un sierraleonese, “Come stai?”, egli risponderà: “Ringrazio Dio”. Ringrazia Dio anche se la situazione di famiglia non è buona. Questi sono aspetti belli, che possiamo imparare dalla gente. Loro si accontentano delle piccole cose, mentre noi, forse, nella stessa situazione andremmo in tilt!

Mi vengono in mente le parole del nostro fondatore san Guido Conforti, che diceva: “Il missionario ha contemplato in spirito Gesù Cristo”. Anch’io ho fatto esperienza di Lui, e ho cercato di portarlo al popolo della Sierra Leone.

Non sono andato in cerca di diamanti o legni preziosi, ma ho predicato “la fratellanza universale proclamata da Cristo, destinata ad abbattere tutte le barriere e a formare una sola famiglia".

Questo è il motivo della mia modesta esperienza missionaria e ne ringrazio Dio.



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