Biblioteca vivente, aperta a tutti
“Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani. Interroga tuo padre e te lo racconterà, i tuoi vecchi e te lo diranno” (Dt 32,7). In Africa, l’anziano è molto rispettato perché portatore di vita, storia, esperienza. Dice un detto senegalese: “Un vecchio che muore è come una biblioteca che brucia”. La cultura viene trasmessa da padre a figlio, dal nonno ai nipoti. I giovani ascoltano gli insegnamenti degli anziani. In Africa, solo l’anziano può educare, istruire, insegnare ai più giovani, in modo autorevole. Questi detiene le chiavi della conoscenza, possiede una ricchezza, un mondo, un vissuto, un’esperienza da raccontare, attraverso la narrazione. La sua conoscenza non è solo pratica, ma soprattutto esperienziale. Bisogna quindi affrettarsi per attingere a questa biblioteca vivente, fragile, mortale e temporanea.
Nel trasmettere tale saggezza, l’anziano non deve fare tanto rumore, ma essere paziente, rispettoso e umile. La sua missione, di fronte al giovane che cresce, è molto delicata. È chiamato infatti ad osservare, contemplare, proteggere, incoraggiare, lasciando respirare la “foresta che cresce”. Anche nella nostra famiglia missionaria, così come nella chiesa, oggi, giovani e adulti vivono insieme in comunità, accogliendosi e sostenendosi, senza che nessuno schiacci la presenza dell’altro.
C’è sempre il rischio di un confronto-scontro tra passato e futuro. Il giovane guarda al futuro, anche l’anziano lo fa, ma senza dimenticare la strada fatta. Il giovane non consideri l’anziano come “superato” e attaccato al passato (“non capisce niente”); l’anziano, allo stesso tempo, non proietti nel giovane gli errori della sua vita passata. La bellezza del vivere insieme in comunità sta nel dare e nel ricevere, valorizzando il dono della diversità. L’anziano ha imparato dalla storia; il giovane, pieno di forze, è proiettato sul futuro, ma deve ancora farsi le ossa. L’anziano, nelle nostre comunità, è come una biblioteca, una “provvidenza” che sa tante cose. Conoscendo la fragilità umana, insegna ai giovani la pazienza e la perseveranza nella preghiera.
Vivere insieme, giovani e anziani, non è facile né scontato. È dono del Signore, da curare, coltivare, costruire e rinnovare ogni giorno, anche tramite momenti di scambio fraterno e amicizia. Si potrà giungere alla “unione dei cuori”, a un clima di apertura e condivisione. Il giovane imparerà tanto dall’anziano, più ancora che leggere molti libri. E l’anziano sarà come una libro aperto che offre agli altri saggezza ed esperienza. Diceva S. Guido Maria Conforti: “Amatevi come fratelli e rispettatevi come principi”. L’amore fraterno mi fa considerare l’altro come fratello e me stesso come custode della sua vocazione, realizzazione e riuscita.
Ci vuole però la comunione dei cuori, fatta di umiltà, accoglienza, rispetto, empatia e il saper vedere il bene nell’altro. Il pericolo è escludere e isolare l’anziano, che ha meno forze per la pastorale. La Chiesa e il mondo, invece, vanno avanti grazie alla preghiera di tanti di loro. Questa è come un incenso che sale a Dio. L'anziano è missionario per eccellenza perché il primissimo compito del missionario è la preghiera. Impariamo sempre gli uni dagli altri, ascoltandoci reciprocamente.







