Alla scuola di S. Guido Conforti a Roma
Dopo gli ultimi “5 Novembre” vissuti in sordina per “cause di forza maggiore”, finalmente quest’anno le comunità saveriane di Roma sono riuscite a festeggiare in modo opportuno e lieto la solennità di San Guido Maria Conforti.
Sabato 4 novembre, nella comunità della Casa Generalizia di Viale Vaticano 40, c’è stata la Celebrazione Eucaristica con la partecipazione dei missionari Saveriani di Roma, delle Missionarie di Maria-Saveriane, di familiari, amici e benefattori. L’accoglienza e il primo scambio di notizie di famiglia che ne è seguito, tra un caffè e un biscotto, hanno predisposto il cuore di tutti noi. Era palpabile la gioia di rivedersi insieme anche fisicamente.
È seguita la Celebrazione Eucaristica dove l’ascolto della parola del Signore e del Pane spezzato e offerto, hanno raccolto le intenzioni, le preghiere, le suppliche, le speranze e le preoccupazioni più profonde dei partecipanti e dell’umanità intera. Nella sua breve conversazione, dopo l’ascolto della parola di Dio, p. Luigino Marchioron, rettore della comunità, si è soffermato su due elementi della vita di San Guido M. Conforti che tutti noi possiamo accogliere nella nostra vita.
“Spirito (valore, senso, significato più profondo e vero) di viva fede che ci faccia vedere Dio, amare Dio e cercare Dio in tutto (in ogni cosa, in ogni avvenimento) e quindi in tutti” (cfr. LT 10). La vita va accolta come un processo di nascita (Erich Fromm). La nostra esistenza è fatta di tanti inizi, di tante piccole rinascite e di ripartenze. Il Fondatore è stato definito come l’uomo delle “ripartenze”. Sapeva ripartire, sapeva iniziare di nuovo (in momenti complessi, complicati, anche di disagio interiore). La vera sfida di ognuno di noi, di ogni persona è quella di portare a termine la propria nascita, l’esistenza come dono (vocazione) e anche come compito affidato a ciascuno.
In una lettera indirizzata a sua sorella Merope, da Saigon (Vietnam), mentre è in viaggio verso la Cina, mons. Conforti scrive: “Sono molto contento di essermi deciso a partire, anche perché ho potuto vedere e conoscere tante e tante cose che mi hanno giovato moltissimo. Si sono allargate le mie idee e ho acquistato un modo di sentire e giudicare che meglio risponde alla realtà. Tutto questo giova anche all’esercizio della mia vocazione, al mio ministero”.
Ciascuno di noi vive - nel decorrere del tempo - il processo lento della propria nascita (processo pieno di progressi e di ritorni indietro). Abbiamo bisogno di tanti anni (e di molto lavoro interiore) per giungere ad esprimere quello che in noi c’è di originale (inteso come “dono” e come “compito”). Sarebbe insensato, allora, disertare, lasciare o abbandonare il cammino, una ripartenza, un nuovo inizio, una rinascita, solo perché in molte tappe non riusciamo a scorgere la meta.
“Il Signore non poteva essere più buono con noi”. Il Fondatore ci insegna a non ringraziare soltanto per le grandi cose che portano gioia, ma anche per quelle che sembrerebbero piccole, quelle che forse non lasciano in noi una vera traccia, ma che ci illuminano, ci aprono la mente e il cuore con il loro passaggio trasparente e senza pretese. Il Fondatore sa vivere e ci insegna a vivere con entusiasmo le possibilità aperte da grandi incontri, esperienze, ma senza mai sminuire le tante benedizioni che vengono dall’alto, in tutti quegli altri incontri che anche noi viviamo senza magari particolari preparativi o aspettative.
Il Fondatore ci insegna che nella vita non dobbiamo solo imparare il significato dei grandi viaggi, dei grandi passi, delle grandi decisioni, ma anche ad apprezzare, stimare ed elogiare la bellezza dei piccoli passi; a conservare l’importanza che attribuiamo alle grandi azioni (o che riteniamo tali), ma anche a considerare decisiva la speranza che sta in gioco nelle piccole azioni inosservate da tutti, ma non dal Signore Gesù. Il Fondatore, per esempio, dinanzi alla lettura negativa che fanno alcuni confratelli della sua visita in Cina, delle sue parole, dei suoi suggerimenti, dei suoi consigli, conclude con due parole: “Dominus scit” (Il Signore lo sa).
Al momento dell’offertorio, abbiamo ricordato e nominato i fedeli defunti: i confratelli che hanno vissuto a Roma, i parenti e familiari “romani”, laziali e limitrofi. Prima della benedizione finale, ciascuno dei partecipanti si è presentato regalandoci aspetti cari e facendoci sentire ancor di più come membri di una stessa famiglia.
È seguito il pranzo, preparato con molta cura. Il vocio di una battuta, di una domanda, di una risposta, di un racconto, di una notizia di famiglia hanno condito elegantemente questo momento di condivisione e di scambi.







