Albania: L’abbraccio di Luciano
Continuiamo a raccontare il viaggio in Albania del giugno scorso, attraverso le testimonianze di alcuni dei partecipanti.
Eccomi. Di nuovo in Albania dopo appena 5 mesi dall'ultimo viaggio in una terra, che proprio a giugno ho guardato come se guardassi la mia Sardegna, per le sue colline, la macchia bassa e tanti ulivi. Una nuova chiamata, una nuova prova, soprattutto un cammino con amici, alcuni ritrovati e altri conosciuti poco prima della partenza o incontrati per la prima volta sul posto. Un cammino accompagnato dallo stesso spirito di voler fare e incontrare.
Siamo stati tutti ospiti speciali a casa di suor Maria, suor Rita e suor Bianca, Maestre Pie Filippini, che hanno creduto in noi. Di nuovo ho respirato aria di famiglia e di fede. Abbiamo condiviso tutto: il lavoro nel campo scuola estivo, il cibo, l’esperienza del dono di sé, nei gesti e nelle parole. Nel pomeriggio del nostro primo momento di condivisione, ho capito che il banco di prova sarebbe stato prima di tutto con il gruppo: ciascuno con la propria testimonianza regalava all’altro un sentimento, una speranza, una scoperta.
Alla fine di quell'incontro, Luciano, il “Bertoni” come ama chiamarlo sua moglie Gabriella, si è lasciato andare ad un abbraccio, che ho sentito come liberatorio. Un gesto semplice, di vicinanza ed umanità. E proprio su questa scia credo sia andata avanti tutta la settimana. Quando incontri l'altro e vedi qualcuno in cui puoi riconoscerti. E l’altro fa esattamente lo stesso, abbassa le difese e ti accoglie. Non serve necessariamente parlare la stessa lingua, se non quella dell’umanità.
Tanti i momenti belli di quella settimana fuori dal comune. Mi vengono in mente i ringraziamenti in canto per il cibo sulla nostra tavola e la cura delle nostre instancabili cuoche, le tante risate, le chiacchierate la sera fino a tardi per parlare di Dio e dell’anima; la curiosità dei bambini durante le attività del campo scuola, per sapere quale fosse il mio colore o il mio libro preferito; i pomeriggi passati con i ragazzi con disabilità, portatori instancabili di entusiasmo e sorrisi che, pur sapendo che ci divide una lingua differente, sanno accorciare le distanze e si raccontano, sanno affidarsi e tendono la mano perché tu possa accompagnarli. Tutto questo è diventato comunione.







