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Missione come comunità e itineranza

01 Settembre 2017

Missione come comunità e itineranza

Tre sono le idee di fondo che mi hanno condotto e danno senso alla mia vita.

Dio, il sole che ha mandato il suo fascio di luce in Gesù di Nazareth, resta la realtà che più mi affascina. Dio vorrebbe parteciparci qualcosa di bello e in Gesù di Nazareth ce lo ha manifestato. Io sono uno di quei paralitici che Gesù ha voluto incontrare sulla strada, che sente che c’è qualcosa che va oltre le gambe. La bellezza è lui.

L’altro aspetto è la comunità, la chiesa, il grembo di vita nel quale sono nato. Gesù risorto continua la sua azione attraverso la sua povera chiesa semper reformanda, sempre in cammino. Giovanni Paolo II alla fine dell’enciclica Novo Millennio Ineunte dice che la chiesa deve guardare all’umanità per capire meglio ciò che Gesù ha detto: essa non è solo maestra ma anche discepola dell’umanità.

Infine, Gesù ha detto: “Andate in tutto il mondo. Quello che vi sto dicendo sono cose belle, Dio è papà!”. La missione. Pensiamo a volte che essa sia finita perché si sono ridotti gli istituti missionari. Credo che meno si prega, più si vanno riducendo, ma ci sono anche fattori di società non legati a noi: siamo in un tempo in cui sposati e non sposati vivono la missione. Penso alla missione come itineranza, mettersi a disposizione di Gesù attraverso la chiesa e andare. È Dio che la opera con il suo Spirito. La missione, nella sua povertà, non finisce.

Riflettendo sulla figura del santo Conforti, i Saveriani hanno meglio compreso che tutto parte dal Crocifisso.

Mi ha colpito molto nel Seminario di Bergamo un crocifisso fatto col filo spinato: la missione non è qualcosa di romantico ma partecipazione al Crocifisso fatto con le spine, Dio che entra nei problemi dell’umanità, per aiutarla. Nella mia piccola esperienza, la sofferenza l’ho incontrata e sono stato introdotto nella sofferenza di Gesù, attraverso Maria…

La sofferenza non è un incidente di percorso, ma fa parte della nostra vita; apparentemente inefficace, essa diventa in Gesù sorgente di vita. Ho l’idea netta che il Crocifisso non è legato solo a un gruppetto di persone, ma invade, riguarda tutta l’umanità. Dio guarda tutta l’umanità in quel Crocifisso.

La missione è una forma di risurrezione che vivi nella tua carne, è espressione della presenza del Risorto. Non importa quello che si riesce a fare, ma essere una presenza povera, discreta, di dialogo, che porta a Lui.

Se c’è la terra, se c’è l’inverno, l’estate, le creature, la luna, le stelle, non riesco a dubitare del paradiso, soprattutto dopo aver visto tanta sofferenza. Soprattutto in questo tempo ci toccano le parole di un Papa che apre la strada per una gioia infinita. Fino alla fine, davanti a Gesù che ci viene incontro con sguardo misericordioso, avremo davvero il coraggio di dir di no? La certezza del paradiso dà serenità, calma, al punto che non mi importa se adesso devo morire o non morire. Penso alle sorelle uccise, e anche ai miei compagni saveriani morti sul loro letto, il mistero di una donazione totale in una fragilità fisica crescente.

Sul piano ecumenico, politico, sociale, mi interessa che l’umanità possa vivere una vita degna e fraterna. Ho avuto il dono di seguire molto la dottrina sociale della Chiesa, che mi ha fatto amare di più l’uomo, dandomi uno sguardo sulla società…

Ogni generazione è chiamata a costruire, con l’aiuto di Dio, il suo pezzo di storia e di Regno.

Il mondo sta cambiando. L’Islam si sta interrogando seriamente e comincia a comprendere che non può essere l’unica religione del mondo. Siamo “costretti” a vivere insieme, come dice il Papa nella Laudato si’, pur nella gradualità, come aggiunge in Amoris Laetitia: è un amore che si costruisce giorno per giorno. E’ stupendo quanto dice il Papa: siamo legati in tutto, come una tunica senza cuciture, dentro la matassa della vita, amati da Dio.

Cose grandi, come si fa a non dirle?

Comunicarle è un dono grande: non perché tu sei bravo, ma perché il sole è bello. L’idea della gioia dev’essere prevalente, la gioia che viene da rapporti di pace: è più contento uno che si apre e condivide la vita con gli altri. La mondialità, soprattutto con l’ecumenismo, sta facendo grandi passi. Stiamo riscoprendo le ragioni di Lutero. Non dobbiamo però fermarci a quello: domandiamoci quanto siamo vicini al modo di pensare di Gesù. La comunione si va facendo ecumenica attraverso la riscoperta della parola di Dio, non solo studiata ma messa in pratica. Ora ci si consulta l’un l’altro.

Possiamo dire di essere davanti a una scelta di umanità dove c’è posto per tutti.


** Padre Silvio Turazzi è un missionario saveriano ferrarese. La sua vita è stata segnata quasi cinquant’anni fa da un incidente stradale che lo rese paraplegico ancor giovane. Dopo aver vissuto fra le persone baraccate a Ostia, nel 1975 raggiunse il Congo, e, due anni dopo, con una piccola fraternità, incominciò la sua presenza a Goma, nel Nord-Kivu, nell’est del Paese. Vi rimase circa vent’anni e ancora oggi, in Italia, la missione sua e della fraternità missionaria continua, nella solidarietà con la popolazione congolese e nell’accoglienza degli immigrati, in uno spirito di famiglia (cf. Associazione Solidarietà Muungano).


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