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Sono un ingegnere elettronico che lavora per il Ministero della Difesa a Taranto. Negli ultimi 15 anni, ho avuto il privilegio di frequentare e conoscere da vicino p. Michele D’Erchie, missionario saveriano ormai novantenne, ma con uno spirito più forte e giovanile del mio che ho la metà dei suoi anni.

La definizione che più mi piace, e che p. Michele stesso utilizza per definirmi, è “che sono il suo angelo custode”. Ma l’espressione più simpatica è del compianto p. Ernesto Tomè che mi definiva “il suo scudiero”. Questo il mio graditissimo compito: proteggerlo e difenderlo, anche se non posso fare molto per gli acciacchi dell’età… Negli ultimi mesi, infatti, nonostante le amorevoli cure, lo stato di salute generale di p. Michele ha subito piccoli ma continui peggioramenti: la colonna vertebrale è provata dai suoi 24 anni trascorsi in Africa, dove ha dovuto spostarsi su strade impossibili di montagna, percorrendo a volte anche 100 km in 10 ore, procedendo in auto a passo d’uomo per lo stato della “carreggiata”…

Pertanto, lentamente ma inesorabilmente, ha perso quel grado di autonomia che gli ha sempre consentito di essere indipendente, nonostante i limiti dell’età, fino a fargli scattare il momento della decisione irrevocabile. Giunge improvviso il momento in cui il pensiero cristallino di un uomo che combatte i problemi, affrontandoli a viso aperto senza finzioni o buonismi come gli ho sempre visto fare e da cui moltissimo ho imparato, lo porta a scegliere anche se comporta dolore. La voce stentorea e l’intelligenza vivace non bastano per superare una situazione precaria. Non sopportava più di “chiedere” agli amici o agli altri confratelli e magari di intralciare le attività della casa Saveriana di Lama. “Vado a Parma a curarmi, lascio Taranto”, la città che desiderava con tutte le forze fosse l’ultima tappa dei suoi spostamenti.

Dopo oltre 15 anni di permanenza e di azione missionaria ininterrotta e proficua, ha deciso di farsi curare con maggiore attenzione lì dove tanti suoi confratelli sono già: al quarto piano della Casa Madre dei saveriani a Parma, dove un’equipe di medici, infermieri e volontari si prendono cura amorevolmente dei missionari più anziani e sofferenti.
Questa decisione è stata ovviamente dolorosa e sofferta per tutti. A Taranto lascia una comunità vitale ed affezionata che ogni mattina viveva l’Eucaristia delle sue celebrazioni trascinanti nella piccola cappella della casa. Per non dimenticare, il ministero svolto presso la chiesa di San Vito e i tanti amici che ne hanno condiviso la personalità, i ricordi, le esperienze di vita e le numerose iniziative di animazione missionaria.

Restava il problema tutto pratico del suo trasferimento a Parma: circa 900 chilometri di viaggio. In ambulanza? In aereo? Come minimizzare le inevitabili sofferenze dovute a un simile viaggio per una persona comunque sofferente per dolori alla schiena con la colonna vertebrale rovinata? Grandi domande e problemi profondi necessitano un intervento dello Spirito Santo che deve illuminare le menti… “Andiamo in automobile”. Già. Contro ogni logica, a dispetto di ogni criterio conservativo umano, con l’aiuto prezioso di un altro amico in comune, il buon Leonardo Montesano, decidiamo in accordo con p. Michele di partire in auto in tre e di affrontare questo viaggio insieme. Abbiamo davanti 9 ore di viaggio su un sedile di una automobile che, per quanto performante, non è certamente una poltrona e poi le difficoltà di soste fisiologiche e pranzo…. Ma il beneficio di godere della sua presenza e vicinanza fino all’ultimo momento è essenziale per ridurre il doloroso trauma del distacco.

Sabato 11 giugno, siamo partiti alle 7 dalla casa dei saveriani di Lama con direzione Parma. L’arrivo era previsto alle 16. Sulla carta tutto semplice, ma quante possibili complicazioni: il traffico, il clima, i dolori fisici… Nulla di tutto questo. Il viaggio è stato tra i più belli e confortanti che io abbia mai fatto. Partenza come da programma, nessun problema sulla strada, clima ideale e, confortati da rosari e preghiere che hanno accompagnato l’intero itinerario, abbiamo percorso in serenità tutto il viaggio. Abbiamo parlato raccontandoci vicendevolmente episodi di vita vissuta, che già conoscevamo perfettamente gli uni degli altri, ma che rappresentavano un rinforzo positivo della memoria, un vero elisir per alleggerire la lontananza con ricordi comuni ancora vividi.

Come da programma, siamo giunti in perfetto orario, alle 16, in casa Madre a Parma dove siamo stati accolti da una schiera di persone festanti. C’erano gli amici di una vita, il dottor Stefano Pellegrino e la moglie Lucia Magnani che, dopo vent’anni, hanno potuto fisicamente riabbracciare e salutare p. Michele. Ora, finalmente, possono andare a trovarlo ogni giorno (seppure con le limitazioni imposte dal regime di controlli dovuti al Covid). Padre Rosario Giannattasio, p. Cesare Reghellin, p. Toni Senno, p. Daniele Targa e tanti altri erano lì ad aspettare con trepidazione il nostro arrivo e ci hanno salutato con gioia e commozione. Questo momento, però, è stato di breve durata perché le fatiche del viaggio si sono fatte sentire tutte ad un tratto. P. Michele si è lievemente agitato per tutta quella attenzione e per il contesto nuovo rispetto alla quotidianità degli ultimi 15 anni. Non si poteva tirar troppo la corda: abbiamo salutato p. Michele davanti all’ascensore che lo avrebbe portato al quarto piano per riposare dopo un lungo viaggio con la promessa di un saluto l’indomani mattina, dopo la prima colazione, prima di ripartire.

Successivamente, noi accompagnatori siamo stati letteralmente coccolati da tutti i saveriani come loro fratelli. Sento di tributare un grazie infinito per la sensazione di familiarità e fratellanza che sono riusciti a trasmetterci, ospitandoci come due di famiglia. Abbiamo visitato lo splendido complesso della casa Saveriana e dell’attiguo Museo Etnografico Cinese (una meraviglia!). Poi, dopo una rapida cena in refettorio, tutti a riposare. Ci attendevano altri 900 km al ritorno.
La mattina dopo, precisamente alle 7,30 come prestabilito, abbiamo rivisto p. Michele che è stato accompagnato al bar. Qui, abbiamo chiacchierato e rivissuto quanto accaduto il giorno prima, meravigliandoci ancora una volta di come fosse andato tutto per il meglio, oltre le più rosee aspettative. In conclusione abbiamo scattato alcune foto ricordo con tutto il gruppo di amici e poi il momento più triste: il saluto per il viaggio di ritorno.

È stato come lasciare un pezzo della mia vita, fatto di lacrime, gioie, tramonti, passeggiate, chiacchierate, consigli e amorevoli direttive: una guida spirituale e familiare che mi mancherà. Tutto arriva, anche questo momento triste ma non irrevocabile. La sensazione è di dover trovare nelle vite di ciascuno di noi un nuovo punto di equilibrio. Lui dovrà vivere in un posto nuovo, con regole nuove e tante cose da dover imparare ed accettare. Noi avremo un puntello in meno per affrontare il quotidiano, con abitudini e consuetudini da riscrivere e con mille ricordi che affiorano in ogni momento della giornata.

Desidero, infine, ringraziare il mio amico fraterno e prezioso, Leonardo. Senza di lui non avrei mai avuto il coraggio di affrontare tutto questo e neppure la sicurezza di portarlo a compimento. La sua intelligenza, la sua sapienza, il suo gigantesco cuore limpido, docile ai consigli dello Spirito Santo e la sua intelligenza ne fanno una persona speciale e un amico prezioso e inseparabile.



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