Papa Francesco, nella breve omelia del 17 aprile, ha raccolto il messaggio del Vangelo del giorno in tre parole: naturalità, familiarità, concretezza. Poi ha versato quelle parole sulle ferite sanitarie e sociali di questi giorni, come gocce d’olio balsamico.
E’ passato un mese da quando conduciamo una vita d’isolamento per evitare il contagio del nemico invisibile; e i canti e le musiche dai balconi per tenerci su, a questo punto possono trasformarsi in frustrazione. Per non perdere l’equilibrio della mente, delle parole e del cuore, le tre gocce d’olio sono preziosissime: la naturalità per non cedere al vittimismo e alla sfiducia nelle possibilità umane e quindi ricorrere a forze magiche, la familiarità per riconoscere che anche questo momento di prova è di casa nella nostra vita e di casa deve essere anche il nostro attraversarlo, la concretezza per non bearci di lamenti ma cercare soluzioni concrete.
Questa lettera vuole essere come un piccolo contributo.
Il Vangelo secondo Giovanni della messa del 17 aprile narrava la scena degli apostoli che erano ritornati a pescare, senza prendere nulla tutta la notte. All’alba, seguendo il suggerimento di una terza persona che stava in piedi sulla riva, gettarono di nuovo la rete prendendo una grande quantità di pesci. Saliti a riva, fecero la colazione a pane e pesce insieme con il signore che aveva dato il buon consiglio. Questi è Gesù, ma “nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore” (Gv 21, 1-14).
Papa Francesco ha evocato l’altra pesca miracolosa narrata dal Vangelo di Luca al capitolo 5°. Assai simile a quella di Giovanni, molti studiosi biblici ritengono che i due racconti siano un solo evento, narrato da Luca come avvenuto all’inizio della predicazione di Gesù, e da Giovanni come avvenuto dopo la risurrezione a conclusione del Vangelo. Stesso avvenimento o no, il clima che spira nei due racconti similari è molto differente, come accade anche a noi vedendo la stessa situazione o con il cuore risorto, oppure con il cuore spento. Papa Francesco ha fatto notare come nel racconto di Luca, pre-risurrezione, gli apostoli non hanno ancora maturata la familiarità con Gesù, per cui sono rigidi, impacciati. Pietro, davanti alla pesca miracolosa, nientemeno si butta a terra supplicando: “Signore allontanati da me, perché sono un peccatore” (Lc 5, 8). Nella narrazione di Giovanni, avvenuta dopo la risurrezione, tutto scorre in modo naturale, familiare, concreto. Nessuno grida al miracolo, ma si siedono tutti attorno al fuocherello per fare la colazione. Anche i figli del tuono (Mc 3, 17) Giacomo e Giovanni si sedettero tranquilli, senza spintonare per avere i primi posti.
Papa Francesco ha rimarcato che la concretezza è il frutto della naturalità, e questa della familiarità.
La familiarità con la vita così com’è, matura ad attendere quando si deve attendere, a correre quando si deve correre, sempre con naturalezza. Ascoltando l’omelia del papa, ho ricordato il detto di Eschilo: “Ciò che è divino, è senza sforzo”. Infatti, le pagine del Vangelo dopo la risurrezione di Gesù sono lievi, senza sforzo; mentre la stessa parola risurrezione restava pesantissima, incomprensibile, nella mente dei sadducei che questionavano animosamente a quale dei mariti andrà, dopo la risurrezione, la donna che in vita ne ha avuti più di uno.
In questi giorni tutti noi invochiamo il ritorno alla normalità con la riapertura delle varie attività lavorative, ludiche, culturali, religiose.
Ultimamente un signore è stato candidato ad assumere una grossa responsabilità nel mondo industriale. A lui sinceri auguri, ma con una critica altrettanto sincera. Questi, appena nominato, senza dire grazie per quello che altri, notte e giorno, avevano compiuto sfidando i loro limiti, ha sentenziato che la riapertura dev’essere imminente, non ostante che dalla loro posizione altri chiedano prudenza. Se uno vede solo dal suo punto di vista, senza la goccia d’olio che contemporaneamente lo metta in rapporto – con naturalità e familiarità e concretezza - con quello dell’altro, davanti alla posizione diversa dell’altro ricorre a far vedere i suoi muscoli poderosi. La minaccia! Forse la formazione solo professionale a scapito di una più ampia e umana, ci riduce a gustare di coincidere con il limite dell’ambito della propria professionalità, partito politico, tendenza culturale o religiosa.
Per evitare che un opposto distrugga l’altro, occorre la goccia d’olio. Un solo pilone può fare il ponte?
Nel Pio Monte della Misericordia, sito in uno stretto vicolo della Napoli popolare, si conserva la tela “Le sette opere di misericordia” del Caravaggio. Fu un sacerdote della diocesi sorrentina che mi condusse a contemplare quel capolavoro. In quella tela gli unici muscoli che vi compaiono sono quelli della schiena di uno ignudo a cui Martino dà la metà del suo mantello. Una donna porge la mammella tra le inferriate della prigione al padre affamato che è in carcere. Tutto è palpitante di vita concreta, eppure tutto è familiare e naturale. E’ senza sforzo. Quelle scene il Caravaggio a Napoli, non solo le aveva viste, ma anche vissute. In questi giorni il telegiornale ci ha fatto vedere le donne dello Spacca-Napoli che dai balconi fanno scendere il cesto con dentro il cibo per i senza fissa dimora affamati.
Clemente, bibliotecario della Biblioteca d’Alessandria, fu uno dei primi filosofi greci ad aderire al Vangelo. E vide l’idea iper-uranica del Logos platonico incarnata nella mammella di una donna che allatta. La vide perché incarnata; altrimenti non avrebbe visto. E pregò:
Cristo Gesù, latte celeste, che sprizza da dolci mammelle...
i rispecchieremo in tanti popoli con i loro volti, le loro storie e con le sfide come la pace, la giustizia, il dialogo interreligioso e interculturale, la salvaguardia del creato.





