Dalla Sardegna alla Sierra Leone: La mia missione oltre i confini culturali nel vivere "Small-Small"
L’esperienza in missione di Alessia Mureddu; una giovane sarda di Macomer in Sierra Leone, Africa.
di Alessia Mureddu
Sono partita con il solo desiderio di vivere una cultura differente dalla mia, lasciandomi trasportare da uno stile di vita diverso da quello del mio piccolo paese in Sardegna. In realtà, il sogno di partire per una missione lo custodivo dentro di me fin da bambina: sentivo il bisogno di conoscere il mondo, di andare oltre ciò che avevo sempre visto e vissuto, provando la necessità di donarmi agli altri e prestare il mio aiuto dove ce ne fosse bisogno.
La decisione concreta è arrivata in un periodo di smarrimento della mia vita, in cui sentivo l’esigenza di oltrepassare gli schemi quotidiani, rimettermi in gioco e affrontare una realtà nuova, consapevole del fatto che non sarebbe stato semplice. La vera sfida si è presentata ancora prima di partire: combattere la paura dell'ignoto, andare oltre i pregiudizi e i falsi miti che la società e i media ci portano a credere. 
Così sono partita alla volta della Sierra Leone, un piccolo Stato dell’Africa occidentale che si affaccia sull’Oceano Atlantico. A dire la verità, non ne avevo mai sentito parlare; nella mia mente era un luogo associato soltanto alla guerra e ai bambini soldato. Ed è stato proprio lì che ho compreso quanto il nostro sguardo sia spesso costruito sulla distanza, sui racconti degli altri, su una narrazione incapace di restituire davvero la complessità umana di certi contesti. Una volta sul posto, ho scoperto una realtà profondamente diversa da quella che mi aspettavo.
Ero alla ricerca costante di qualcosa. Come se, nel benessere di una vita da privilegiata, tutto ciò che avevo intorno non bastasse a soddisfare i miei bisogni più intimi; non parlo di desideri materiali, ma di quelli che toccano l'anima e che troppo spesso ignoriamo. In Africa ho iniziato a comprendere la vera essenza delle cose: lontano dalla frenesia e dalle routine meccaniche, ho appreso dai sierraleonesi il valore del vivere “small small”, un passo alla volta. È un modo di abitare il mondo con pazienza, semplicità e presenza, liberi dall'ossessione della corsa continua.
Mi ha colpito particolarmente il modo in cui i giovani vivono la loro quotidianità. In Italia cresciamo con lo sguardo rivolto sempre al domani, al futuro; siamo costantemente alla ricerca di una realizzazione personale, nello studio, nel lavoro o nella famiglia. In Sierra Leone, invece, ho visto ragazzi vivere appieno il presente, senza lasciarsi sopraffare dall’ansia del futuro. Non perché manchino di sogni o di difficoltà, ma semplicemente perché scelgono di abitare l’ora e l’oggi.
Questa stessa dimensione si riflette nel loro profondo senso di comunità. Ho scoperto una realtà in cui l’individuo non esiste da solo, ma si riconosce dentro una rete di relazioni, protezione reciproca e appartenenza, dove la condivisione è il pilastro fondamentale. E si condivide tutto: non soltanto i beni materiali, ma la vita di ogni giorno, i momenti di festa o di debolezza, le vittorie e le sconfitte.
È stato particolarmente significativo osservare il rapporto tra le diverse confessioni religiose. In Sierra Leone la maggior parte della popolazione è musulmana, eppure mi ha colpito la naturalezza con cui persone di fedi differenti convivono e collaborano nella vita di tutti i giorni. All'interno della comunità in cui ho vissuto, il contesto cattolico era inserito in maniera rispettosa e serena, senza contrapposizioni o rivalità. Ho visto cristiani e musulmani partecipare con gioia alle celebrazioni gli uni degli altri, condividere momenti importanti e sostenersi reciprocamente. Le ricorrenze di una comunità diventavano occasioni di festa per tutti, indipendentemente dall'appartenenza; questo clima di rispetto e vicinanza mi ha fatto riflettere su quanto spesso, da noi, siano le differenze a essere messe in evidenza, mentre lì ho potuto toccare con mano come ciò che unisce sia molto più forte di ciò che divide.








