Sono arrivato con un’ora di anticipo a Barzizza, frazione di Gandino, 1.200 abitanti. Nella piazza, c'è una lapide in ricordo dei caduti delle due guerre (la prima in particolare). Una ventina di nomi, tutti giovani, morti in quegli anni terribili. Ero lì per il mio primo triduo dei defunti e un pensiero mi ha percorso la mente:
“Ci sarà ancora qualcuno che farà celebrare una Santa Messa ogni tanto per quei ragazzi?”.
Il giorno del secondo Triduo si ricordavano i giovani defunti di Barzizza. Erano giovani anche quelli della lapide. Sicuramente, tutti avranno avuto al collo la medaglietta miracolosa della Madonna apparsa a Parigi in Rue du Bac nel 1830 alla novizia Caterina Labouré delle suore della Carità di San Vincenzo de’ Paoli. Tutti avranno pregato in quei giorni di odio, ma anche di grande umanità e solidarietà tra gli sfortunati protagonisti della “inutile strage”. Si contano, infatti, 1.240.000 vittime tra civili e militari.
Pensavo alle cerimonie per i cento anni della fine di questa guerra, all’inutile ferocia, alla disumanizzazione di tante persone. Al ritorno, i reduci hanno trovato comunque una società contadina solida che li ha accolti. C'erano famiglie la cui fede e carità avrebbero attutito e smorzato le angosce e gli incubi di quegli anni di guerra.
In passato si celebravano le messe per un grande senso di solidarietà spirituale tra la chiesa (noi) e i defunti.
Questa abitudine aiutava anche a mantenere vivo il ricordo di quelle vite e a riflettere su quelle morti. Oggi questa tradizione di carità cristiana sta scomparendo, come sta scomparendo la presenza dei giovani nelle nostre liturgie. Solo il 2% frequenta i nostri oratori e la chiesa. È un dato che fa pensare e pregare nello stesso tempo. Per quanto imperfetta, la chiesa rimane segno della presenza di Dio. Perché tanti bimbi battezzati, che hanno ricevuto Eucarestia e Cresima, si sono persi in strade che non conducono molto lontano? Cosa non hanno avuto o non hanno colto? Cosa c'è di più importante nella vita se non l'Amore, incarnato in Gesù?
Nel vangelo di Luca, al capitolo 24, si parla di un giovane che fa delle scelte estreme perché vuole libertà e felicità e pensa di sapere come ottenerle. Il giovane chiede al padre la parte di eredità che gli spetta e parte.
All'inizio tutto sembra andare bene. Ma arrivano i problemi.
Nella vita arrivano sempre dei “ma”, provocati dall’imprevedibilità delle circostanze, dalla volubilità delle persone... Il giovane, perso tutto, trova un lavoro umiliante: guardiano dei maiali. Per l'ebreo, il maiale è un animale impuro di cui non si può mangiare nulla. E lui, per di più, faceva la fame. Toccato il fondo, si accorge degli errori e della sua arroganza nei confronti del padre. Decide di fare un passo in dietro, di riconoscere il suo sbaglio e di pagarne le conseguenze: diventare un servo!
Sappiamo come finisce la parabola del Padre Misericordioso. Non solo il Padre lo accoglie in casa sua, ma fa festa grande, gli mette l'anello al dito, la veste nuova e fa preparare il vitello grasso per il banchetto. Noi sappiamo che questa “casa del Padre”, nella nostra vita, dovrebbe essere la famiglia, la parrocchia e l'oratorio.
Luoghi fondati sull'amore, il rispetto, l'attenzione, l'ascolto e il perdono.
Di fronte alla morte dei giovani ci poniamo domande pressanti, profonde e dolorose. Noi, genitori, fratelli, parenti, amici, comunità parrocchiale, abbiamo dato loro l'idea giusta di Dio con la nostra vita, con le nostre parole, con il nostro modo di vivere la vita cristiana? E i giovani che frequentano la comunità ecclesiale, che sono amici, fratelli o compagni di scuola sono capaci di invitare i coetanei a sentirsi protagonisti di un magnifico viaggio che cerca l'amore del Signore nella nostra vita? È il momento di dire in cuor nostro: “Mi alzerò e andrò da mia padre”. Come il profeta Elia che va verso l'Horeb per ricevere la sua missione, anche noi dobbiamo uscire allo scoperto, senza difesa se non quella di Dio, con la certezza che il Signore non ci lascerà in balia delle difficoltà e dei pericoli.
Possiamo pensare che con i soldi, la fama e il potere potremo trovare la felicità, gli amici, l'amore. Papa Francesco ai giovani dice: “I sogni sono importanti, perché un giovane che non sa sognare è un giovane anestetizzato, non potrà capire la forza della vita. È triste guardare un giovane da divano... I sogni grandi sono quelli che danno fecondità, sono capaci di seminare pace, fraternità, gioia; sono sogni grandi perché pensano a tutti con il noi”.
Sono appena ripartiti i Magi, uomini dal giovane cuore pieno di entusiasmo e di grandi sogni. Hanno messo a repentaglio la loro vita in un viaggio lungo e pieno di insidie perché hanno creduto a un sogno.






