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VA’, DONA LA VITA! ... TRE MISSIONARIE SAVERIANE IN BURUNDI

VA’, DONA LA VITA! ... TRE MISSIONARIE SAVERIANE IN BURUNDI

STORIA, PAROLE, MORTE DI TRE MISSIONARIE SAVERIANE IN BURUNDI

 Il Burundi è uno dei paesi dove il male ha segnato tragicamente la vita di generazioni di uomini e donne. Quanta sofferenza e quante stigmate che durano anni e si comunicano in quella trasmissione enigmatica e terribile del dolore, del mysterium iniquitatis.

 Nel piccolo paese “cuore dell’Africa” vi sono state testimonianze straordinarie di come la fede può aiutare a contrastare la logica della violenza, spezzandone la catena, seminando amore che darà sempre frutti.

 A due anni di distanza dai fatti, non sappiamo se la morte violenta delle missionarie saveriane Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian abbia a che fare con le tensioni che attraversano il paese. Gli impegni che erano stati presi di cercare gli assassini e di fare giustizia si sono del tutto arenati.

 Questo libro, a cura di Teresina Caffi, ci aiuta a comprendere tutta la loro vita di missionarie, svoltasi sostanzialmente tra il Sud Kivu (Congo RD) e la capitale burundese, Bujumbura.

La loro è la testimonianza di donne che hanno dato tutto quello che avevano, che sono rimaste, non sono scappate, e lo hanno fatto semplicemente per amore. Sono rimaste per limitare i frutti amari della guerra e della divisione.

Sono tanti i riferimenti diretti alla guerra e alla violenza di cui il libro è costellato.

Olga, scrivendo alla sua parrocchia d’origine, a Sant’Urbano, dopo aver lasciato Luvungi, parla della guerra nel Kivu come di “un pericolo”, ma che ha rafforzato il suo amore per “un popolo tanto provato dalla sofferenza e dallo sfruttamento, dalle malattie, dalla miseria, dalla morte violenta”. Nei testi di Bernardetta, poi, tali riferimenti sono presenti pressoché in ogni pagina. Da poco rientrata a Luvungi, a fine 1997, scrive alla sorella Anna di aver trovato “una situazione indescrivibile: povertà, fame, malattie e tante famiglie nella sofferenza per la morte dei loro familiari nella grande fuga”.

Ma non c’è solo la guerra, nella vita di queste tre sorelle.

I testi raccolti in questo volume narrano anche la grande dedizione con la quale Bernardetta, quando non è chiamata a incarichi di governo generale della sua Congregazione, esercita l’attività di formatrice rivolta agli adulti, soprattutto donne, e ai bambini; la passione di Lucia per il lavoro di ostetrica a servizio delle mamme e dei neonati congolesi, che si arrende solo dinanzi all’ischemia cardiaca che la colpisce nel 2005; lo zelo del servizio di catechista di Olga, che approfitta del suo ministero per visitare i poveri della comunità e farsi loro prossima.

Appare evidente, in ogni pagina, che il tratto caratteristico del loro servizio missionario è stato la capacità di farsi uno con il popolo al quale sono state inviate. Una dimensione conquistata anche con fatica, come esse stesse raccontano. Esse si dicono disposte “a perderci la faccia” pur di far comprendere alle consorelle “quanti pregiudizi abbiamo nei confronti degli altri e quanto abbiamo da imparare dagli altri popoli”.

Questo è il senso della loro morte violenta, conclusione coerente della loro vita, che non potevano non aver messo nel conto. Si comprende solo in questa luce la scelta di ritornare in Africa, contro quanto potevano consigliare la salute e soprattutto l’età avanzata (quella in cui tanti altri pensano a “tirare i remi in barca”).

Esse sono in realtà la testimonianza di una vita spesa fino alla fine, di una giovinezza del cuore, di una vecchiaia che non smette di avere sogni.

Tale condizione, del resto non ha impedito loro di esercitare il ministero più importante: “Percorrevano il quartiere – ricorda padre Gabriele Ferrari – mentre la porta della loro casa era sempre aperta. In modo semplice e discreto, entravano in contatto con le povertà visibili e ancora con quelle nascoste e avvicinavano i poveri. La gente le amava, perché sentiva che quelle sorelle erano vicine a loro nei momenti difficili, conoscevano la loro sofferenza e insieme ne condividevano la vita”. Fino a perderla, come tanti altri che prima e dopo di loro sono morti in Burundi.

Sono i nuovi martiri che papa Francesco ci indica perché la nostra testimonianza si liberi dalla tiepidezza e dalla mediocrità, per cui ci sentiamo a posto per il poco che facciamo. È un popolo enorme, perché “ci sono più martiri oggi che nei primi tempi della Chiesa”.

La mite e ferma testimonianza delle nostre sorelle ci incoraggia a non accomodarci mai con la mentalità del male e ad affrontarlo con l’unica forza capace di sconfiggerlo:

la mitezza del cristiano, semplice come una colomba e astuto come un serpente.  

+ MATTEO MARIA ZUPPI, arcivescovo di Bologna.

 

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