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LO STILE MISSIONARIO DI PAOLO

LO STILE MISSIONARIO DI PAOLO

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Se vado a cercare nel vocabolario latino-italiano delle superiori, trovo scritto che l’aggettivo paulus significa “poco”, “piccolo”, “scarso”. Il nome Paolo era abbastanza diffuso nell’impero romano; però è curioso che Saulo di Tarso, ad un certo punto, abbia iniziato ad essere chiamato con un nome che significa “piccolo”. Perché, bisogna dirlo senza paura, è certamente uno dei più grandi tra i discepoli di Gesù.

Gli Atti degli Apostoli sono così tanto concentrati sulla figura di Paolo che molti li considerano quasi una biografia dell’apostolo. Non è vero, perché il libro inizia molto prima di lui e non si conclude con il racconto della sua morte. Però non si può negare che quel personaggio, che tra la fine del capitolo settimo e l’inizio dell’ottavo (cioè alla morte di Stefano) era poco più che una comparsa, prenderà presto le luci della ribalta; dapprima come collaboratore di Barnaba (nei capitoli 13–14), poi come protagonista di un’attività missionaria vastissima (dalla fine del capitolo 15). E allora l’evangelista Luca, l’autore degli Atti, si “dimenticherà” di tutti gli altri e si concentrerà esclusivamente su di lui.

UN UOMO INSTANCABILE

Per cominciare servirebbe un atlante geografico, o perlomeno una cartina del Mare Mediterraneo. Perché una caratteristica evidente dello stile di Paolo è che ha viaggiato tanto. Ma veramente tanto.

  • Il suo primo viaggio missionario – quello guidato da Barnaba – è iniziato ad Antiochia di Siria (oggi a sud della Turchia); di qui è andato nell’isola di Cipro e poi nella parte sud dell’Anatolia, la cosiddetta Galazia, per ritornare infine ad Antiochia. Niente male, come inizio.
  • Ma quando poi è Paolo a prendere in mano le redini, le distanze aumentano: partendo sempre da Antiochia, attraversa tutta la Turchia fino alla Macedonia e di qui scende ad Atene e poi a Corinto; questo è il secondo viaggio.
  • Il terzo è simile al secondo: ritornato ad Antiochia, riparte per il Nord ma si ferma ad Efeso (sulle coste dell’Asia minore); di qui ripercorre l’itinerario del viaggio precedente, con la differenza che prima di tornare ad Antiochia fa tappa a Gerusalemme.

A volte il libro degli Atti ci confonde un po’ con nomi di città o località che non ci sono familiari; ma basterà cercare da qualche parte una mappa dei viaggi di Paolo (in internet ce ne sono tantissime) e si vedrà subito come si tratta di distanze notevoli. Oggi possiamo coprirle in pochi giorni, grazie ai mezzi a nostra disposizione; ma Paolo, quando non viaggiava in nave, andava a piedi! E poi nel mondo antico si viaggiava solo tra la primavera e l’autunno, perché d’inverno sia le strade sia i mari erano impraticabili. Infine, dobbiamo tener conto che tutta questa strada l’ha fatta in meno di dieci anni! Per non dire che, come più volte precisa nelle sue lettere, oltre a viaggiare doveva anche lavorare per mantenersi (c’è solo l’eccezione dei Filippesi, da cui accettava aiuti economici); e che occupava non poco tempo nell’annuncio del Vangelo e – da un certo punto in poi – anche nella scrittura delle lettere.

Insomma, Paolo è stato un missionario instancabile. Non ha dato il minimo o lo stretto necessario; ha dato tutta la sua energia. Si è consumato per il Vangelo.

UN UOMO CAPACE (SEPPURE A FATICA) DI COLLABORARE

“Tutto io faccio per il Vangelo”, scrive infatti nella prima lettera ai Corinti (1Cor 9,23). Solo che proprio questa sua fortissima volontà diventa talora irruenza e gli complica la vita. Non è facile lavorare con il migliore degli apostoli (pensiamo a com’è finita la collaborazione con Barnaba: cfr. At 15,36-39).

Gli Atti su questo aspetto sono un po’ più morbidi rispetto alle lettere di Paolo, in cui i conflitti emergono con un vigore che talora lascia sbalorditi. Ma non tacciono la fatica che spesso ha incontrato, sia da parte degli ebrei (alcuni di loro), sia da parte di quei credenti in Gesù che lo ritenevano troppo impulsivo o esageratamente duro su alcune posizioni.

Su un punto però il libro degli Atti è chiaro: nonostante tutto, Paolo non è mai stato un lupo solitario, uno di quelli che fanno tutto da soli perché non si fidano degli altri; ha sempre avuto accanto a sé un gruppo di collaboratori, ai quali non temeva di affidare parte del suo ministero o addirittura la cura delle “sue” comunità. Pensiamo per esempio a quando, dopo aver passato un po’ di tempo a Efeso, vi lascia i due amici (marito e moglie) Aquila e Priscilla, mentre lui va a Gerusalemme (cfr. At 18); lo stesso aveva fatto, anche se per motivi diversi, con Silvano e Timoteo per Tessalonica (cfr. At 17).

Non è mai stato un libero battitore: ha sempre cercato l’accordo con la comunità di Gerusalemme, fino alla fine – e per questo motivo è finito in prigione, perché ha voluto andare a Gerusalemme nonostante fosse per lui pericoloso. Specialmente, è sempre stato in comunione con Dio: molte delle sue scelte, il racconto di Atti lo sottolinea, sono state “mosse” dallo Spirito santo, dono di Gesù risorto. Per esempio, At 16,6-7 dice che con il secondo viaggio punta diritto verso la Macedonia perché lo Spirito di Gesù gli aveva vietato di predicare in Asia minore e poi nella Bitinia.

Certamente Paolo aveva un carattere impegnativo; ma non ha fatto di questo un alibi per correre da solo.

UN’INTELLIGENZA ISPIRATA

Un’altra pennellata, circa lo stile missionario di Paolo, la possiamo cogliere dalla parte meno piacevole del libro degli Atti, e cioè i molti (e spesso lunghi) discorsi. Prendiamone due: quello fatto ad Antiochia di Pisidia (cfr. cap. 13) e quello fatto ad Atene (cfr. cap. 17). Sono tra i testi più complicati del libro degli Atti, ma vale la pena leggerli perché ci rivelano una perla di grande valore.

Ad Antiochia, si trova in sinagoga; è sabato e ha davanti a sé la comunità giudaica riunita, alla quale si erano aggiunti alcuni pagani simpatizzanti (i cosiddetti proseliti o timorati di Dio). Sono tutte persone che conoscono bene la sacra Scrittura, e allora Paolo centra tutta la sua predica sulla storia della salvezza: Gesù morto e risorto è colui che porta a compimento le promesse fatte da Dio al grande re Davide.

Ad Atene invece l’uditorio è completamente diverso: Paolo si trova a parlare di fronte ad un gruppo di filosofi stoici ed epicurei. E con loro non fa nessun riferimento esplicito alla Bibbia né alla storia della salvezza; usa il loro linguaggio, richiama alcuni concetti presenti nei filosofi antichi, addirittura cita la poesia di un autore pagano (Arato di Soli). Il messaggio non cambia: alla fine annuncia sempre Gesù risorto; però cambia il percorso attraverso il quale giunge l’annuncio.

Paolo è capace di adattare il suo linguaggio alle persone che ha di fronte; non svilisce il messaggio, ma lo “traduce” in modo che sia comprensibile a tutti.

OLTRE SE STESSO

L’ultimo viaggio missionario non andrà esattamente come previsto; giunto a Gerusalemme, infatti, Paolo va al tempio e qui scoppia il finimondo: alcuni che ce l’avevano con lui sobillano le folle e il tribuno lo fa incarcerare. Di qui viene poi portato a Cesarea marittima, dove si trovava il procuratore romano; poi da Cesarea a Roma, con l’intenzione di farlo comparire davanti all’imperatore per essere giudicato da lui.

Paolo non è più libero; non è più lui a decidere dove andare. Lo aveva predetto, parlando agli anziani di Efeso: “Ed ecco, dunque, costretto (letteralmente: ‘legato’, ‘incatenato’) dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà…” (At 20,22). Non è più il grande architetto che progetta di tappa in tappa la costruzione di nuove comunità; è un prigioniero sballottato di qua e di là. Eppure non perde nemmeno un’occasione per continuare ad annunciare il Vangelo. Ogni volta che gli danno la parola (e talora anche prendendosela) va a finire che parla di Gesù risorto. Come dice nella seconda lettera a Timoteo: “A causa di Gesù Cristo io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata!” (2Tm 2,9).

Questo è Paolo: più grande anche delle sue capacità, dei suoi progetti, della sua stessa grandezza; perché riesce ad annunciare il Vangelo anche quando è debole, anche quando è costretto ad essere “piccolo”.

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