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L’ENCICLICA LAUDATO SI’: PER UN NUOVO MODELLO ANTROPOLOGICO

L’ENCICLICA LAUDATO SI’: PER UN NUOVO MODELLO ANTROPOLOGICO

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Il sostanziale silenzio che si è creato attorno all’enciclica “Laudato sì” sulla cura della casa comune, a meno di tre anni dalla pubblicazione (24 maggio 2015), impone di riparlarne, di riprenderne il messaggio – anche antropologico – e rilanciarne la missione.

Il teologo brasiliano Leonardo Boff mette in evidenza alcune singolarità di questa enciclica: “È la prima volta che un papa affronta il tema dell’ecologia nel senso di un’ecologia integrale e in una forma così completa, elaborando il tema alla luce di un nuovo paradigma ecologico, cosa che nessun documento ufficiale delle Nazioni Unite ha mai fatto” (L. Boff, “La magna charta dell’ecologia integrale: grido della terra – grido dei poveri”, in AA.VV., Curare madre terra. Commento all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, Emi 2015).

IN DIALOGO ANCHE CON PENSATORI NON CRISTIANI

Il suo testo – continua L. Boff – si inscrive nella collegialità, valorizzando contributi di decine di conferenze episcopali del mondo intero, onorando i papi che lo hanno preceduto, accogliendo stimoli di altri pensatori cattolici (Romano Guardini, Pierre Teilhard de Chardin, Dante Alighieri, Juan Carlos Scannone, suo maestro argentino), del protestante Paul Ricoeur, del musulmano Ali al-Khawwas, mistico sufi dell’XI secolo; i destinatari sono tutti gli esseri umani, tutti gli abitanti della stessa casa comune, tutti esposti alle stesse minacce; l’enciclica rivela la forma mentis di papa Francesco, il suo essere  ispirato dalle Chiese latinoamericane, alla luce dei documenti di Medellín (1968), di Puebla (1979), e di Aparecida (2007), dove si fa strada l’opzione per i poveri, il grido contro la povertà e per la liberazione.

Molto forte è il riferimento, nell’analisi della situazione generale, a Romano Guardini (La fine dell’epoca moderna, 1950) citato per sei volte nel terzo capitolo, quando affronta il tema della tecnologia e del potere che essa ha sull’uomo, della globalizzazione del paradigma tecnocratico che tende ad esercitare il suo dominio anche sull’economia e sulla politica, senza prestare attenzione all’essere umano. “Si tende a credere che ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso, accrescimento di sicurezza, di utilità, di benessere, di forza vitale, di pienezza e di valori, come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia” (LS 102). Una critica ad uno dei miti della postmodernità, la tecnologia, che pare creare ormai povertà e problemi per la maggioranza debole del pianeta e arricchimento scandaloso per una esigua casta mondiale.

UN RICHIAMO ALLA CHIESA

Il missionario comboniano Alex Zanotelli sottolinea l’aspetto, secondo lui, più originale dell’enciclica: Francesco ha voluto unire il “grido dei poveri al grido della terra” con un documento di cui “avevamo proprio bisogno sia a livello mondiale che nazionale, ma soprattutto a livello ecclesiale, dove la difesa della nostra casa comune non è ancora percepita come impegno etico” (in AA.VV., Curare madre terra. Commento all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, Emi 2015, p. 21).

Papa Francesco offre una devastante descrizione di quanto sia malato il pianeta, di quanto questo dramma sarà pagato da tutti, ma soprattutto dagli impoveriti: “Gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui paesi in via di sviluppo. Molti poveri vivono in luoghi particolarmente colpiti da fenomeni connessi al riscaldamento, e i loro mezzi di sostentamento dipendono fortemente dalle riserve naturali, [...] i più poveri si vedono costretti a migrare, con grande incertezza sul futuro della loro vita e dei loro figli” (LS 25). “É tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa” (LS 25). Vite di scarto, come direbbe il sociologo Zygmunt Baumann.

I POPOLI NATIVI: POPOLI SENTINELLE

Già qualche decennio fa Jean Malaurie, antropologo francese, lanciava questo allarme “noi siamo l’ultimo baluardo contro la mondializzazione selvaggia e uno sviluppo non equilibrato, se non prestiamo la più grande attenzione, sarà uno sviluppo devastatore. La Terra soffre. La nostra Terra madre ha già sofferto anche troppo. Si vendicherà. E già i segni premonitori sono percettibili” (cit. in Bruna G. Bogliolo, Equilibri artici. L’umanesimo ecologico di Jean Malurie, Cisu 2016, p. 255). 

Malaurie ha sempre allertato l’opinione pubblica sulle derive del capitalismo e del materialismo e considerava i popoli nativi, i popoli minacciati dalla nostra potenza, dei “popoli sentinella” cui l’Occidente dovrebbe guardare per salvarsi.

Papa Francesco non è marxista e non parla mai di capitalismo. Anzi non vede mai i poveri come motore della storia, come attivi sovvertitori del sistema. Nella preghiera per la nostra terra scrive: “Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra”. La prospettiva potrebbe apparire allora simile alla profezia nichilista di un altro antropologo, Lévi-Strauss, che in Tristi Tropici (1955) giungeva ad affermare: “Il mondo ha avuto origine senza l’uomo e prenderà fine senza di lui”.

SUPERARE L’EPOCA DELL’ANTROPOCENE

Papa Francesco invece auspica una nuova antropologia cristiana che superi quest’epoca, oramai definita “antropocene”, in cui il dominio assoluto dell’uomo sulla natura sta creando problemi a lui stesso, incapace di gestire la propria potenza: “Una presentazione inadeguata dell’antropologia cristiana ha finito per promuovere una concezione errata della relazione dell’essere umano con il mondo. Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile” (LS 116).

È attualità la presa di posizione di molti governi europei che si propongono di respingere i “migranti per motivi economici”, considerando irricevibili le loro richieste di asilo. Altri capi di Stato costruiscono muri o mettono filo spinato ad impedire l’arrivo di poveri. Come se fuggire da una situazione di impoverimento fosse un crimine o un arbitrio dei poveri stessi e non un effetto di politiche commerciali, energetiche magari degli stessi paesi che si sentono minacciati dall’immigrazione. Forse queste coincidenze di interessi, uniti a quelli delle superpotenze finanziare, industriali ed estrattive, sono tra le cause della una silenziosa insabbiatura di un’enciclica che invece è rivoluzionaria e non può essere lasciata cadere, soprattutto dai cattolici, nel dimenticatoio.

Questo rende urgente e attuale una lettura ancora più capillare della Laudato Si’, nel suo “vedere-giudicare-agire” come metodo per cambiare le cose, ed un ascolto di quelle voci spesso solitarie e fuori dal coro, anche in campo antropologico, che da anni vanno denunciando una distruzione di culture

in nome di un paradigma di sviluppo che inevitabilmente crea poveri sfruttando e distruggendo il loro “capitale”: l’ambiente naturale, la madre terra.

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