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INIZIAZIONE / UNA CATEGORIA VITALE PER I GIOVANI E LA FEDE

INIZIAZIONE / UNA CATEGORIA VITALE PER I GIOVANI E LA FEDE

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Come è possibile che tanti sforzi pastorali risultino sterili? La prassi pastorale della Chiesa italiana si è molto concentrata sulla catechesi dei ragazzi eppure questa non porta significativi risultati sui giovani. Perché? Il libro di Andrea Grillo prova a rispondere a queste domande cercando (sulla scia di altre proposte simili) vie d’uscita all’attuale prassi ecclesiale. Il testo è articolato in tre parti.

La prima si sofferma sulla prospettiva catecumenale dell’iniziazione cristiana. L’autore, partendo dal Vaticano II, individua nel principio della “partecipazione attiva” il punto cruciale da cui far partire una nuova prassi pastorale, meno concentrata sul concetto (dottrinale) e sul valore (morale) e che metta al centro azioni simboliche e rituali. I sacramenti dell’iniziazione sono “atti del contatto” (p. 35) prima che dottrina o morale e nella celebrazione dei sacramenti è la comunità tutta che è coinvolta e celebra. L’iniziazione cristiana è pertanto chiamata a ripartire dalla Bibbia e dalla liturgia: dai “racconti santi” e dalle “azioni sante”.

La seconda indugia in modo particolare sul battesimo e sull’eucaristia: il primo è “la porta dei sacramenti” che va attraversata per condurre dentro la “casa dei sacramenti” (p. 52), cioè l’eucaristia. Tra battesimo ed eucaristia si delinea un percorso finalizzato a recuperare il cammino che in tre anni i catecumeni compivano per entrare nella Chiesa. Recuperare questo cammino significa costruire un ambiente umano che si assume la responsabilità, nel contatto vitale, di educare al Vangelo. Non si tratta solo di trasmettere delle nozioni (essenzialismo) o devozioni (sentimentalismo), si tratta di usare il linguaggio celebrativo e radicare il percorso di iniziazione nello spazio e nel tempo in modo vitale e comunitario. La meta dell’iniziazione è “farci capaci di preghiera” (p. 72) in particolare attraverso “la piena partecipazione all’eucaristia domenicale” (p. 57 nota). Pregare è la capacità di aprirsi alla “dimensione gratuita e contingente del reale” (p. 78) cioè alla logica del benedire, del rendimento di grazie, della lode che permettono di cogliere l’esistenza come dono gratuito. I luoghi fondamentali per entrare in questa logica sono quelli dei bisogni essenziali (il pasto, il sonno, la pulizia) e nell’eucaristia il gesto simbolico del mangiare in comune costruisce la comunione ecclesiale.

La terza si concentra sul tema della mistagogia: essa è indicata come la nuova modalità di iniziazione alla fede. Nella mistagogia è superato il primato dell’intelletto e la fede è fatta passare attraverso l’esperienza: la teologia è chiamata a “riconciliarsi con la sensibilità” (cf. p. 90) cioè con i gesti originari della fede e ad aprirsi alle “logiche non trasparenti” delle azioni simbolico-rituali. Il linguaggio metaforico e simbolico emerge come lo strumento più adatto per radicare nel tempo una relazione con Dio che non presenta il contenuto in modo immediato, ma vi giunge attraverso un processo complesso di “narrazioni”, “ascolti”, “esperienze”, “sequenze rituali”.

Il testo presenta il tentativo, non nuovo, di riformulare l’iniziazione a partire dal paradigma catecumenale e mistagogico. La questione è seria: una teologia e una catechesi astratte, dottrinali o moralistiche hanno contribuito al fallimento dei percorsi di iniziazione. Occorre riscoprire la dimensione esperienziale e simbolica nella trasmissione della fede, che non è un insieme di verità o di precetti, ma una relazione trasformante. Ma il problema rimane ed è ben espresso nelle ultime righe del testo che dicono una condizione decisiva: «purché ci si disponga a “lasciarsi iniziare” non solo dai concetti, o dai precetti, ma dalle narrazioni e dalle azioni» (p. 103). C’è un retroterra mentale che ha le sue radici nel pensiero greco, che attraversa il medioevo e si afferma in età moderna che sostiene il primato dell’universale sullo storico, del necessario sul contingente, dell’intellettuale sul sensibile, dell’univocità del concetto sulla polisemia del reale, della chiarezza razionale sul simbolico. Questo retroterra, accreditato dalle grandi conquiste della scienza e della tecnica, rende molto difficile accordare un valore pieno alle azioni simboliche, all’esperienza, alle narrazioni. Il pensiero occidentale educato al mito delle “scienze esatte” e dell’oggettività tende a ridurre il simbolico all’irreale.

Il nostro pensiero troppo astratto ha bisogno di riscoprire il linguaggio simbolico, ma basta mettere in campo azioni rituali, narrazioni ed esperienze perché queste alimentino una sana mentalità simbolica? Non c’è il rischio che si finisca col relegare l’ambito del simbolico nell’ambito dell’edificante (fuga dalla realtà?), ma distinto dall’ambito della verità? In ultima analisi: siamo veramente disposti a lasciarci iniziare dalle narrazioni e dalle azioni?

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