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Anche la Chiesa deve costruire l’Europa

Anche la Chiesa deve costruire l’Europa

L’Europa è in movimento. L’anniversario dei sessant’anni dei Trattati di Roma non è solamente l’occasione per ricordare il passato, ma è ancor più un richiamo a rilanciare la costruzione dell’Europa. Questa Europa che, per usare un’espressione di papa Francesco, ha l’aspetto di una nonna, ha effettivamente bisogno di un nuovo spirito.

Pensiamo solamente alle frustrazioni di alcuni popoli che sentono i loro paesi posti sotto la tutela europea.

Pensiamo alla paura di perdere la sovranità nazionale, che ha anche condotto alla Brexit, fatto del quale nessuno, né da una parte né dall’altra, può stimare le conseguenze. Pensiamo alle tensioni e alla diffidenza nelle relazioni con la Turchia; alle incertezze circa l’alleanza, fino ad oggi privilegiata, tra l’Europa e gli Stati Uniti; alla paura del terrorismo; alle sfide del lavoro; alla preoccupazione per i fondi pensione diventati precari. Senza dimenticare – una vergogna per tutti noi! – che il mare Mediterraneo rischia di diventare un grande cimitero.

E la Chiesa? Tra qualche decennio ci si porranno certamente le domande: “Dov’era la Chiesa in quegli anni? Come ha contribuito alla costruzione del continente?”.

Prima di tutto, l’Europa non è solo l’Unione europea. Certamente, dico ciò in quanto svizzero, ma anche come chi contemporaneamente vive con e in culture diverse. La forza dell’Europa sono i “due polmoni”, come diceva Giovanni Paolo II. La tradizione cristiana e la sua visione della dignità dell’uomo come immagine di Dio, unisce tutti i paesi del continente e tesse una comune cultura europea. Una cultura comune non serve a nulla se non ha strutture affidabili che sappiano garantire stabilità, incontro, dialogo. Occorre un nuovo equilibrio istituzionale. Occorre un luogo dove si incontrino i protagonisti dell’unità e della diversità, del centro e delle periferie. La Chiesa è chiamata qui a svolgere il suo ruolo specifico e a dare il suo contributo. Essa ne ha una lunga esperienza e ne conosce le relative sfide.

Un buon modo è la realizzazione di tutto quanto deriva dal principio di sussidiarietà. La Chiesa ha istituzioni forti e credibili, necessarie per affrontare le sfide e le responsabilità nei differenti campi.

Essa difende la dignità di ogni vita umana e soprattutto quella degli emarginati. La Chiesa contribuisca perciò al rafforzamento delle istituzioni nelle quali vale la pena di avere fiducia! Detto questo, bisogna rendersi conto che l’Europa è molto di più di Bruxelles. Anzitutto, spetta ai singoli paesi e società affrontare le loro sfide senza ricorrere al centro per cercare una soluzione ai loro compiti specifici. Le istituzioni centrali non sono il cappello del prestigiatore dal quale tirar fuori in ogni momento le soluzioni desiderate. Occorre evitare il continuo rilancio delle promesse. Come ogni diocesi è chiamata a far fronte alle proprie responsabilità specifiche, allo stesso modo a livello delle nazioni, molte questioni non possono essere delegate a Bruxelles; così ogni paese deve fare in modo che la solidarietà, la libertà, la giustizia, il rispetto per l’altro e la pace si realizzino nella propria società. Ancora, è fondamentale per il nostro continente valorizzare la cultura dell’accoglienza.

L’altro, il diverso, lo straniero: la Chiesa e l’Europa hanno sempre saputo accoglierli e dare loro un’abitazione e una patria.

Di fronte a una xenofobia, che purtroppo ritorna in molti posti, occorre la parola forte e chiara della Chiesa. Essa deve condannare qualsiasi disprezzo per coloro che giungono nel nostro continente, sia per cercare un lavoro, sia per trovare rifugio. Come cristiani siamo chiamati ad attingere alla nostra ricca esperienza nel campo dell’accoglienza degli altri; disponiamo di buone strutture e di una formidabile rete di solidarietà. Dobbiamo metterle a disposizione delle nostre società, favorendo così l’integrazione, tanto necessaria quanto difficile e ambiziosa.

Occorrono parole di speranza e d’incoraggiamento, che devono essere accompagnate da atti concreti.

A sessant’anni dai Trattati di Roma, non guardiamo, perciò indietro, ma avanziamo con lo sguardo rivolto al futuro.

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