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Un meccanico delle anime

Un meccanico delle anime
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Mi sembra ancora di vederlo nella fossa della sua officina, mentre da sotto la Land Rover mi guardava sopra i suoi occhiali e mi diceva: “E aluura? Cosa fet che?”. Era il suo biglietto da visita per quelli che conosceva bene. Di lì a poco, non subito, saliva dalla fossa e cominciava la sua predica sul cattivo uso, da parte dei saveriani, delle vetture: “Voi battezzate, battezzate e poi dimenticate di mettere l’acqua nel motore...”.

Quando arrivavo nel grande cortile di Luvungi, in Congo, per la riparazione annuale delle nostre Land Rover la scena appena descritta si ripeteva come un rituale. Una volta incontrai un confratello proveniente da Mwenga, che mi confidava di non poterne più di sentirsi rimproverare continuamente. Gli ho sorriso e gli ho detto: “Cerca di infonderti una coscienza meccanica...”.
In effetti, in quelle occasioni me ne stavo a capo chino ad ascoltare un quarto d’ora di predica sulle sciocchezze meccaniche e di guida dei missionari. Poi, visto la mia aria compunta, quasi pentito di avermi investito con dei rimproveri non del tutto meritati, mi chiedeva di cosa avessi bisogno. Ho passato tante ore in quella buca del suo garage e ho imparato tante cose. C’era quasi un piacere reciproco a lavorare insieme... un po’ perché se mi doveva dare dello sciocco me lo diceva in bergamasco e suonava quasi swahili e i suoi aiutanti non ci facevano caso.

Prima di rivederlo nell’allora Zaire era stato economo ad Alzano Lombardo, nei miei primi anni delle medie. Ha dato l’anima per trovare i fondi per terminare la casa. Ha lavorato veramente tanto. Era il 1964. Fra noi, che poi siamo andati avanti nella strada della vocazione missionaria p. Crippa (allora ci si chiamava per cognome, come nell’esercito) era un mito. La pastasciutta si sollevava tutta intera dal piatto con una forchettata tanto era collosa, ma lui, a distanza di anni, mi ripeteva la fatica di sfamare quella truppa di ragazzi. In fondo, ed era vero, siamo tutti cresciuti bene. 
Un giorno mi chiese se potevo dargli una mano a montare i pannelli solari sulla sua chiesa di Kamanyola. Alla prima occasione sono andato con lui. Bisognava fissarli sul grande tetto, in modo che fosse difficile rubarli. Ciò che mi ha colpito è stato il suo rapporto con la gente, squisito. Tutti lo salutavano e per ogni persona aveva una parola di simpatia. Li conosceva veramente: li aveva battezzati, cresimati, sposati e “seppelliti”... Per 30 anni è stato di fatto il parroco di quel grosso villaggio di confine col Ruanda e il Burundi. Era entrato in molte case, aveva raccolto la gioia, ma soprattutto la sofferenza di quelle anime. Un vero pastore. Tanto era inflessibile come meccanico, tanto era paziente con la gente, militari compresi.

Una rivelazione. Sembrava di rivedere in lui quella bontà che non vuole apparire, magari un po’ ruvida, come quella di tanti presbiteri bergamaschi che hanno formato la solidità cristiana di generazioni. Quel fare il bene e scappare perché non si confondesse il mezzo con l’attore principale: il Signore.

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