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Riconoscenza e speranza

Riconoscenza e speranza
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Sono arrivato la prima volta in Congo (RDC) nel 1972. Sono riconoscente per il cammino lì fatto nei 33 anni di missione. Sono stato in cinque luoghi, come le dita della mano di Dio che mi ha guidato.

La foresta, le tradizioni e i safari

Il primo è stato Kitutu, un villaggio situato nella foresta, a 220 chilometri da Bukavu. Viaggiavamo (safari) con tutti i mezzi, allontanandoci da casa per una o più settimane e abitando nelle case di fango e paglia. Incontravamo le persone, scoprivamo le ricchezze tradizionali della tribù Lega, ben organizzata, dotata di creatività artistica (maschere e oggetti di uso quotidiano) e ricca di racconti orali e di proverbi sapienziali. Valorizzavamo il più possibile la cultura locale.

Il rito zairese e i diritti umani

Dalla foresta alla città. Cimpunda è un immenso quartiere della periferia di Bukavu e arrampicato sul monte, che domina la città e il lago Kivu. Con la caduta del muro di Berlino (1989) sognavamo un regime democratico in sostituzione alla dittatura di Mobutu.

Era urgente inculturare il vangelo, celebrando l’Eucaristia in rito zairese, con canti e danze. La gente offriva, con gioia, la vita e i suoi momenti più belli: matrimonio, nascita, iniziazione. Ci stava a cuore anche lo sviluppo sociale dei quartieri (acqua, rimboschimento, sanità, igiene) e la difesa dei diritti del cittadino. Eravamo tre saveriani e quattro suore dorotee di Cemmo.

La campana delle elezioni e i tre sogni

Nel 2006 ero di nuovo a Bukavu. La chiesa con il suo campanile stava splendidamente sulla collina, come la chioccia-madre che protegge tutt’attorno case, città e lago.

Si viveva allora giorni di grande entusiasmo per le libere elezioni presidenziali. Per l’evento abbiamo eretto, nel piccolo piazzale, la campana delle elezioni che, in quel giorno di euforia democratica, suonava in tutte le ore dell’apertura dei seggi.

Nel 2013 abbiamo aperto una nuova parrocchia nel nord del lago Kivu, a Goma (2013). Si iniziava dal nulla in un quartiere bisognoso nella periferia della città. Abbiamo realizzato un fantastico altopiano verde per lo studio della Parola, una casa azzurra per la piccola comunità cristiana, la città nuova nella giustizia, nella pace e nella solidarietà. P. Sisto è stato il costruttore infaticabile.  

La rosa e la bellezza

Da sette anni sono tra i giovani universitari dell’Istituto superiore di Pedagogia. Usiamo due capannoni di un garage, trasformati in cappella, sale, uffici e quattro dormitori. Gli studenti interni sono sessanta e provengono dai villaggi lontani dalla città.

La rosa è la bellezza, il positivo, la gioia del vangelo, la conoscenza, l’apertura di mente e di cuore, il senso della vita, la saggezza. Si cerca di trasmettere la bellezza nelle omelie, negli interventi e nella vita. Dare ai giovani fiducia, quando la società e il paese la negano.

Ho incontrato migliaia di volti

In questi anni, grazie alla Provvidenza che mi ha guidato, è stato tutto positivo. Il dono della vocazione è in un vaso di creta fragile, con screpolature, limiti, errori e mancanze, di cui chiedo perdono.

Migliaia sono le persone incontrate, volti presenti nella mia vita che non saranno cancellati facilmente. Volti di confratelli, con i quali ho condiviso il lavoro. Alcuni di loro già pregano per noi. Volti di donne e uomini, di giovani e anziani, di bambini e famiglie… Volti aperti, sorridenti, accoglienti, innocenti. Volti anche di disperazione, come quello di Alberto alla sepoltura del figlio di otto anni.

La lista sarebbe lunga come la litania dei santi. Vivo nella riconoscenza per il bene ricevuto e nella speranza per la continuità del seme che germoglia e che continuerà a crescere e portare frutti.

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