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P. Domenico Rovedatti in… piazza

P. Domenico Rovedatti in… piazza
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Morbegno, uno centri più importanti della Valtellina, ha dato i natali al saveriano p. Domenico Rovedatti il 23 febbraio 1913. Missionario in Cina per 14 anni e in Brasile per altri 17, è morto a S. Paolo del Brasile il 12 maggio 1982 e sepolto a Londrina. Non ha trascorso molto tempo nella sua Morbegno.

tav Morbegno piazza Rovedatti nipoteLa nipote, intervenuta all’inaugurazione della piazza dedicata allo zio missionario, ha spiegato: Come tutti i missionari, si sentiva chiamato a spendere la propria vita in quell’altrove che gli era stato affidato. Ma sentiva forte il legame con le sue origini. Oltre alla nostalgia per tutti noi, a volte lo prendeva quella per la valle. S’immaginava di ripercorrere le passeggiate per le vie di Morbegno, aveva soprattutto nel cuore la via Faedo con la sua gente, la “Giseeta”, la via Ghisla e la via Gregorini che, diceva, lo portavano fino all’Adda, tutte di filato, con quelle casette in sasso. Le citava nelle sue lettere come stradette dal carattere incomparabilmente poetico. E poi la vista del Bitto e le escursioni a Caspano, all’Ortesida, al Pitalone, all’Umett, alla Selva e al passo San Marco. Tanto aveva stretto a sé il loro senso di libertà negli anni di prigionia in Cina, tanto aveva sognato di respirarne l’aria fresca, soprattutto durante la stagione calda brasiliana.

Aspettava con ansia il Corriere della Valtellina e le Vie del Bene, che però riceveva in ritardo perché viaggiavano per nave. Stringeva nel cuore il «bel San Giovanni - diceva - dove sono stato battezzato, dove sono stato chierichetto, dove ho fatto la Prima comunione, Cresima e celebrato la Prima Messa con mons. Gobbi e mons. Danieli». Ne guardava le immagini e ne leggeva gli studi del Perotti, ogni volta che l’immancabile nostalgia lo coglieva. 

Consentiteci di manifestare la nostra profonda gioia e commozione nel vedere come, oggi, una parte di Morbegno porti il suo nome. Non è una piazza centrale questa, ma splendida e moderna; non importa la grandezza, perché ben dice la sincera umiltà con cui lo zio ha vissuto la sua vita a servizio degli ultimi e dei poveri. Se la piazza da un lato è un punto di raccolta, dall’altro è anche un punto da cui si diramano diverse vie. La prima conduce a Via Faedo, che l’ha visto crescere e che custodisce le sue radici familiari e cittadine da lui sempre portate nel cuore. La seconda conduce alle scuole che l’hanno visto, nella sua attività missionaria, direttore, educatore responsabile, di buon criterio, bontà, spirito di sacrificio; la terza, di sfondo alla piazza, c’è la nuova palestra che ci ricorda il suo amore per lo sport. Invidiabile la sua squadra brasiliana di giovani calciatori. Infine, la statale che, nel nostro immaginario, è il luogo dell’uscire, del partire e dell’andare, come p. Domenico ha fatto sempre nella sua vita.

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