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Il gatto del convento

Il gatto del convento
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L'ampio cortile che circonda la nostra casa è sempre stato aperto a tutte le culture animal-umane. Difficile pensare che, da qualche parte, gatta non ci covasse. Un mattino, da dietro la grotta della Madonna si sono materializzati 4 gattini, in fila per tre, col resto di uno (uno che, dopo un po’, non ce l'ha fatta). La vicenda ha suscitato fermento. Ben presto, una famiglia, se ne è portato via uno, di color cenere sfumato. Natura li aveva provvisti tutti di colore diverso. Tra i due rimasti, uno era fulvo e di bell'aspetto, come Davide quando venne unto re dal profeta Samuele. L'altro era coperto da un manto nero lucente, come quello di Furia, cavallo del West, per intenderci.
Cortile e spazi coperti annessi erano per loro praterie sconfinate. La casa, con un centinaio e più di stanze, avrebbe potuto essere letale. Dopo tanti mesi, quello fulvo, durante una sortita fuori dal recinto protetto è finito sotto una macchina. Forse non eravamo abbastanza consapevoli che tutti i cuccioli animal-umani, andrebbero preparati anche alle sgarbatezze della vita. Giuro che si sentivano padroni del cortile e che, birbanti che non erano altro, nemmeno nascondevano le piume di non più di un paio di uccellini che, seguendo natura, avevano fatto sparire. Ora è rimasto solo simil-Furia, padrone dell'intero territorio. Si è guadagnato anche l'affetto dei signori Carlo e Maria Luisa che, immancabilmente, non appena il tempo atmosferico lo permette vengono a trovarla. La furbastra, da parte sua, ha ben odorizzato la loro nera vettura. Non appena questa entra nel cortile, le corre incontro festante, pronta a sedersi a tavola.
Anthony de Mello, gesuita monaco indiano, ha scritto un bel apologo a proposito di un gatto da convento. Il Padre Abate, bravo predicatore con grande seguito di fedeli, veniva regolarmente disturbato durante la predica dal gatto che viveva nel convento. Per necessità, solo per necessità, si vide costretto a legarlo in sacrestia ogni volta che saliva sul pulpito. Dopo anni, l'Abate morì, ma i fedeli continuarono a legare il gatto in sacrestia e così continuarono a fare con tutti i gatti che, uno dopo l'altro si succedettero. Secoli dopo, questa consuetudine ancora continuava. Molti esperti avevano scritto dotti trattati, ma nessuno sapeva darsi ragione del perché durante le funzioni religiose si dovesse legare il gatto in sacrestia.
Se vi capita di incrociare nel cortile il gatto del nostro convento sappiate che lei è felice ed in perfetta forma fisica, si lascia coccolare da chi le aggrada e non deve partecipare alle nostre funzioni. Di dotti ragionamenti, leggende urbane, abitudini e pregiudizi se ne fa un baffo (mi dicono che tutti i gatti un po’ se ne fregano) e così non deve diventare umana per conservarsi in armonia con se stessa.

P.S. E il nome? Siccome vive in un ambiente missionario, la chiamo Kuro-neko. In giapponese significa semplicemente Nero-Gatto. Niente di impegnativo, di cui debba portare peso ed onori.

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