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Il fuoco missionario nell’anima

Il fuoco missionario nell’anima
Ci ha scritto don Ruggero Orieli e la sua lettera merita che sia conosciuta da tutti i lettori.

Il motivo per cui mi rivolgo agli amici di “Missionari Saveriani” è certamente di grande gioia, non solo per la diocesi di Reggio Emilia, ma anche per il vostro seminario. Nella nostra diocesi finalmente sembrano maturi i tempi per l’introduzione della causa di beatificazione di un presbitero martirizzato sul monte Fosola (Felina RE) il 19 aprile 1945: don Giuseppe Jemmi, che nell’animo, nell’ardente spirito sacerdotale, fu sempre missionario.

Don Jemmi, martire della fedeltà

Durante gli studi di seminario (1939), dopo il liceo, era entrato nel noviziato di San Pietro in Vincoli. Rettore del noviziato era p. Dagnino. Fu molto breve la sua permanenza presso il vostro seminario saveriano, perché la mamma vedova non riuscì ad accettare questa scelta del figlio. Tornato nel seminario diocesano, restò con il “fuoco missionario che continuamente sentiva bruciare dentro”, come scriveva nel suo diario personale.

La sua vita sacerdotale fu molto breve, ma bastò per farlo amare in modo straordinario.

A neppure due anni dall’ordinazione fu assassinato dopo sevizie brutali. Fu martire della fedeltà eroica alla sua missione presbiterale. Subito, attorno al suo corpo martoriato, fu un fiorire di vocazioni presbiterali. Due ragazzi di 15 e 12 anni andarono a recuperare la salma sul monte Fosola. Undici anni dopo rivelarono che la loro vocazione presbiterale era nata davanti al corpo insanguinato del loro “cappellanino”.

Un seme che ha portato frutti

La donna che lavò il volto tumefatto di don Giuseppe aveva un fanciullo di 9 anni, che divenne presbitero e arcivescovo. Un altro figlio 17enne di questa “nuova Veronica” divenne presbitero. I preti attribuiti alla sua intercessione sono circa nove: due nati dalle famiglie della borgata, dove hanno pensato al suo martirio: uno francescano, l’altro diocesano, ambedue da famiglie rosso-fuoco.

Sto raccogliendo testimonianze per sollecitare la sua causa di beatificazione. Ho creduto opportuno rivolgermi anche a voi, visto che don Giuseppe nel suo animo ha sempre desiderato andare in missione. Nei due anni di Felina, la sua presenza tra i ragazzi spesso dimostrava che il suo cuore traboccava di amore per le missioni.

Vi chiediamo anche che don Giuseppe, intercessore di vocazioni, sia presto onorato dalla chiesa.

  • don Ruggero Orieli, Carpineti (RE)

Indagini storiche… private

Il saveriano centenario p. Augusto Luca ha confermato che tutto quello che ha scritto don Orieli era vero. Ci sarebbe da aggiungere una nota sulla mamma. Al funerale si alzò e disse: “Mio figlio in cielo ha perdonato e anch’io perdono". Su “Santi e i Beati” trovo scritto il proposito di don Giuseppe Jemmy del 1942 prima dell’ordinazione: “Quando sarò prete, non comprerò la legna per riscaldarmi; i soldi per questo scopo, li destinerò alle missioni”.

P. Ermanno Ferro, archivista di Parma, ha confermato che su “Vita Nostra” è ricordato che don Jemmy nel 1939 è entrato in noviziato a San Pietro in Vincoli e non ha proseguito. Ma i fatti hanno poi dimostrato che ha conservato lo spirito missionario.

I tempi sono maturi…

Davvero, sono maturi i tempi per i processi storici e di beatificazione di questi presbiteri uccisi nei triangoli rossi della guerra civile. Abbiamo superato, con il giornalista e scrittore Giovannino Guareschi, l’anticlericalismo rivoluzionario, illustrato dai film di don Camillo e dell’onorevole Peppone.

Ora dobbiamo approfondire le uccisioni storiche di tutti i preti, vittime innocenti.

Finora non si è avuto il coraggio di dichiarare beato neanche don Giovanni Minzoni, vittima del manganello squadrista nero. Solo il seminarista Rolando Rivi, vittima della violenza rossa, è beato. Don Minzoni, a cento anni dal suo assassinio, è il prete che ha più vie intitolate, ma ha ricevuto solo il ricordo civile.

Per onestà storica si muovano anche i credenti.

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