Logo saveriani - Italia

Il canto di gioia di Maria

Il canto di gioia di Maria

LA PAROLA

Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre”. Maria rimase circa tre mesi, poi tornò a casa sua (Lc 1,46-56).

Lì, sulla porta di casa, Maria ed Elisabetta si salutano, si raccontano. Un bimbo salta di gioia e fa sbocciare sulle labbra della madre un grido di benedizione. E Maria risponde cantando. C’è un passo della tradizione ebrea che commenta l’inno di Miriam dopo la traversata del Mar Rosso, che può aiutarci a comprendere la forza dilagante del canto.

“Nell’esaltazione di questo canto, l’intera posterità di Abramo si vide abitata dal soffio Eterno. Infatti, Giacobbe, liberato dall’esilio, non aveva cantato; liberato dal forno, Abramo non aveva cantato; invece quel giorno non solo Mosè, il profeta, e Mariam, la profetessa, cantarono, ma anche ogni uomo e donna di Israele, ogni anziano e ogni neonato. Perfino nel seno della madre il piccolo non ancora nato aveva cantato, perché in quell’ora vide la gloria dell’Eterno…”.

Miriam cantò perché Dio aveva salvato il suo popolo, disarmato e in fuga, dall’agguerrito esercito del faraone. Con nacchere e tamburelli guidò la danza delle donne sulla riva di quel mare che fu liberazione per Israele e caduta per l’Egitto. Erano loro che più d’ogni altro avevano conosciuto la vittoria dell’inerme sul prepotente.

Il pianto sui loro figli gettati nel grande fiume fece tremare le stelle e giunse fino a Dio. Dio era fatto come loro. Gli scoppiò il cuore dal dolore e scese a liberarli con la forza di un piccino, adagiato in un cestello di papiro, in balia del vento e delle onde.

Maria di Nazaret è questo nuovo cesto di fibre umane, che porta in sé un bocciolo di vita ancora più inerme e fragile. Dovrà traghettarlo verso la vita, passando per una morte che lei non comprende ancora. Ma ora canta, canta perché Dio ha posato su di lei il suo sguardo. Come un innamorato, ha piegato i cieli per abbassarsi fino ai suoi occhi. L’ha cercata tra gli umili e i poveri del suo popolo, quelli che da sempre hanno fatto la storia.

Sì, perché la povertà amata da Dio non è di chi si sottomette ai potenti, rassegnato a un destino che lo soverchia, ma di chi lotta con le armi dello Spirito, di chi ogni giorno fa un passo, seppur lieve, per trasformare l’ingiustizia e la violenza in un’occasione d’invincibile misericordia. Il povero è chi fa rinascere la speranza e l’amore lì dove la salsedine del male ha bruciato tutto.

Come Elodia, che si è ritrovata prima a chiedere l’elemosina ai crocicchi delle strade, e poi a vendere strofinacci bussando di porta in porta. E stava lì, paziente, in attesa almeno di una parola buona. Cinque bocche da sfamare e un marito ubriaco dalla sera alla mattina, poi morto di cirrosi.

Ma a scuola li ha mandati tutti. E ha tirato fuori lei dalla prigione l’ultimo figlio maldestro, vendendo tutto quello che aveva. “Lo rifarei ancora”, mi disse colma di gioia. E dalla polvere è stata sbalzata su troni di gloria. 

Questo sito utilizza cookies secondo la privacy, copyright & cookies policy. Cliccando "OK" l'utente accetta detto utilizzo.