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I sei pionieri del 1958

I sei pionieri del 1958
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Sei giovani furono inviati dall’allora superiore generale dei saveriani, p. Castelli, in Congo. Arrivarono a Uvira il 28 ottobre 1958. La loro foto è come un tatuaggio, un’immagine sempre impressa nella memoria dei saveriani in Congo. Due di loro, i padri Pansa e Viotti, sono ancora vivi e continuano a portare questa bella avventura nel cuore. Oggi ci dicono: “Eravamo in sei per la missione, ora tocca a voi… Siete fatti per la missione”. A sessant’anni di distanza, ci piace ricordarli.

Nonostante tutte le possibili spiegazioni, nessuno riuscirà a capire come p. Pansa (nato nel 1931) sia riuscito a liberare i confratelli e altri religiosi rimasti prigionieri a Uvira (1964) e a Nakiliza (1966). Le strategie poste in atto con i mezzi dell’epoca, il grande coraggio, la scaltrezza nelle relazioni e, in fondo, l’amore per la gente… tutto è stato davvero come un’assistenza celeste che onora il suo nome: Angelo! Un proverbio africano dice: il cammino attraverso la foresta non è lungo, se si ama la persona che si va a trovare. I saveriani in Congo non potranno dimenticare il valore della fraternità che p. Angelo ha manifestato nel periodo della ribellione mulelista per incontrare i fratelli!

Entrando in Casa Madre a Parma, siamo sorpresi nel vedere che p. Giuseppe Viotti continua a ricevere decine di persone in accompagnamento spirituale, a quasi 94 anni (è nato nel 1924). In Congo ha coltivato uno spirito giovanile che lo rendeva gioviale e creava buon umore, grazie a battute e storielle. Le cose belle insegnano ad amare la vita, quelle brutte a saperla vivere! P. Viotti ha vissuto sei lunghi mesi di prigionia a Uvira nel 1964, in un clima quotidiano di torture e minacce. Ha trasformato anche queste vicende in lezioni di vita. Dietro i suoi giochi di parole c’è la bellezza di una fede semplice e affascinante.

Nel novembre 2017, l’abbé Richard Mugadja, il presbitero più anziano di Uvira, ci diceva che p. Aldo Vagni (1931-2008) è per la diocesi di Uvira un vero padre fondatore. Per decine d’anni ha ricoperto il servizio delicato di economo diocesano e ha resistito durante periodi di guerra, assistendo rifugiati, percorrendo strade impossibili per far arrivare viveri e materiali di costruzione ai confratelli. Sapeva mediare, trattare, e anche umiliarsi, pur di annunciare il vangelo! In Africa si dice: un albero che sa piegarsi, non sarà spezzato dal vento… P. Vagni si è lasciato piegare dai quattro venti e più soffiavano, più sapeva affondare le sue radici sulla roccia.

In te Domine confido è stato il motto dell’ordinazione episcopale di mons. Danilo Catarzi (1918-2004), ma ancora prima il suo progetto missionario di vita. Partecipando al Concilio Vaticano II e all’elaborazione del decreto Ad gentes, ha vissuto in prima persona le sfide di una chiesa fiorente e perseguitata, feconda e martoriata. Appena due anni dopo la sua ordinazione episcopale, è fatto prigioniero e perde 4 confratelli (tre saveriani) a Baraka e Fizi (i Servi di Dio Faccin, Carrara, Didonè e Joubert). Mons. Catarzi desiderava “andare sempre oltre”, alla ricerca di nuovi cristiani da formare. I suoi diari testimoniano i molteplici spostamenti per celebrare nelle varie missioni. Gli archivi mostrano una folta corrispondenza con i suoi parroci, per determinare linee comuni e fraternità duratura. Mensilmente scriveva una lettera ai suoi collaboratori. Dal 1967 al 1980 ha scritto 13 lettere pastorali. Nel 1945 diceva: “I saveriani, per carisma, non possono fermarsi dove la chiesa ufficiale irradia con regale larghezza la sua luce (…). Il Cristo è sulle loro braccia per varcare gli oceani. Questo è il loro incarico. Essi sanno che non potranno mai essere apostoli se non cercheranno di essere dei santi. E non potranno essere santi, se non sono apostoli”.

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