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Acqua e cielo si aprono

Acqua e cielo si aprono
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LA PAROLA
“Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio figlio prediletto, io ti ho generato oggi’” (Lc 3,21-22; 4,1-3.13).

Il battesimo di Giovanni non era un rito di purificazione qualsiasi. Avveniva una volta sola e c’era in esso un carattere di giudizio che non ammetteva dilazioni di tempo. Bisognava cambiare vita prima che la scure posta alla radice dell’albero sferrasse il colpo mortale. Pubblicani, soldati e gente comune si erano lasciati scuotere dal grido che si era levato dalle sabbie del deserto. Era spuntata una voglia di bene, lì nel cuore del peccato. Tutto il popolo, dice Luca, si immerse nelle acque del Giordano. C’è da immaginarsi quali litanie di colpe, cattiverie e rimorsi devono essersi sgranate in quel fiume di fango! E in quel fango, Gesù.

Toglie il respiro pensarlo in quella marea di male, uno fra tanti, con l’unica differenza di essere in preghiera. Prece e precario hanno la stessa radice. Indicano l’insicurezza, la provvisorietà che contraddistinguono i passi umani sulla terra. Non siamo persone in pienezza, finché non ci si riappropria di quella mescolanza di limite e libertà, d’infinito nel finito, di cui siamo fatti. Gesù comincia da lì. O meglio, ricomincia da lì. I cieli, come ventre di una madre, si lacerano e un grido risuona sulla terra: “Tu sei mio Figlio, io ti ho generato oggi!”. Da tempo, quel cielo era muto e plumbeo. Dio non parlava più al suo popolo. “Siamo come gente su cui il tuo nome non è stato mai invocato diceva il profeta… Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19). C’è strazio in questa supplica, come quella di un figlio che non può sopportare la cocente assenza della voce del padre.

Nel Giordano acqua e cielo si aprono, facendo uscire dall’acqua un figlio e dal cielo un padre. Come nelle origini, il soffio del Creatore si posa sull’argilla dell’Uomo nuovo e lo fa figlio. È vero, già lo era nel seno di Maria, ma doveva anche imparare a esserlo nelle acque brucianti del dolore degli uomini. Gesù ascolterà ancora la parola Figlio sul monte della trasfigurazione, poi sul Golgota e, infine, quando dall’abisso della morte sarà restituito all’esistenza risorta.
Pure il Padre ha imparato a essere padre nelle acque del Giordano. Forse anche lui ha avuto voglia, qualche volta, di accogliere Gesù tra le braccia o cullarlo sulle sue ginocchia.

Ma quel figlio non è più un bimbo. È un uomo di trent’anni che da Nazaret è sceso verso la depressione del Mar Morto, mettendosi in fila con chi non ha avuto vergogna di dire: “Ne ho fatte di tutti i colori, ma voglio ricominciare”. È un figlio cresciuto Gesù, che ha scelto da che parte stare, forse senza sapere ancora bene fin dove l’avrebbe portato quell’azzardo. E il Padre lo voleva proprio in quel mare di fango, non nella potenza o nella superiorità, ma in una sconcertante solidarietà con i peccatori. E dal giorno del battesimo, l’acqua del Giordano non gli è più scivolata via di dosso.
In quel Figlio, c’è tutta la storia con i suoi gemiti, i suoi orrori e le sue bellezze; ci siamo noi che vogliamo sentirci ancora sussurrare: “Sei mio figlio, sei mia figlia; sono contento di te”.

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